Recensioni, giudizio e critiche sull'Arte
di
Giorgio De Cesario.
Giorgio De Cesario.
I Sintagmi dello spirito
Augusto Benemeglio.
"Con Giorgio De Cesario, gli Ufo, gli Et, gli alieni, i marziani sono già tra noi, nelle case, nei giardini, nei laghi, nei prati, tra gli alberi e il sogno. .
Ed ecco che sullo sfondo di paesaggi, o situazioni cromatiche splendide e molto raffinate, vediamo muoversi questi esseri incolori, glabri, col collo allungato, che fanno l'amore, ballano, gioiscono, meditano, si bagnano, si disperano, esattamente come
noi; in realtà gli alieni siamo noi, ci dice De Cesario, con quella visione profetica anticipatrice degli eventi, che è propria degli artisti;
ma le sue non sono realtà, ma solo simboli, sintagmi dello spirito, figurazioni di pensiero, striature di luce bianca e di libertà, che levano l'ancora erubescente della notte e vanno in giro, un lungo viaggio in cerca forse di nuovi spazi per l'innocenza , nuovi mondi , nuovi cieli, nuove speranze..."
La Poliespressività di Giorgio De Cesario
Giuliano D'Elena
L'operato
figurativo di Giorgio De Cesario, abituato da sempre alla
interdisciplinarità espressiva, trova spontaneo sustanziarsi
in
forme piane e lineari come in forme materiche e in rilievo.Ciò che risalta all'occhio ad un primissimo excursus sui suoi lavori è un primitivismo pittorico fortemente simbolico dove i contorni racchiudono perimetrie di un'anima barocca densamente decorativa, coloristica e umorale.
Qui il dedalo segnico attolle l'ambiguo esistenziale a vertici onirici difficilmente imitabili.
Qui si giuoca
la significanza, qui si incolora la complessa identità di De
Cesario che come il silvico dio Pan fa vibrare intorno a sè
tanta più presenza di verde floreale quanto è
più
grande la sua voglia del momento di nascondersi,rifugiarsi nell'angolo
più fresco, mimetizzarsi con l'intorno nel tentativo
affabulante
di mòlcere una inemendabile "Paura di vivere" e di apparire,
anche se coscientemente percepita come necessario passaggio da
consumare per poter transitare verso l'essere più maturo. Come si costata, con questo tipo di opere, siamo molto lontani dalla candida ingenuità illustrativa di un Henri Rousseau, detto il Doganiere, anche se un certo modo di dipingere il paesaggio vegetale a larghi steli lanceolati richiama la esoterica e famosa "Incantatrice di serpenti".
Nulla di Giorgio De Cesario è edemico o bucolico, perchè egli è figlio diretto dei nostri tempi che andiamo vivendo.
Egli ha filtrato storicamente,
perchè
culturalmente preparato, le ansie e le inquietudini surrealiste di un
Max Ernest, le composizioni solenni e ieratiche delle grandi figure
bizantine, l'espressionismo africano ed orientale, e, attrezzato di
tutti gli elementi operativi grafico - contemporanei, ha assimilato
antichi e nuovi simboli mentali come archetipi di possibile traduzione
iconica, la più elementare e basilare mai realizzata. Tutto questo per filosoficamente ammantare con forme accattivanti e con cromatismi esasperati una vita odierna che molto spesso nutre in sè lo spessore mucillaginoso e solipsistico dell'incomunicabilità.
Al di là di tutti gli
estetismi e le apparenze cineramiche e fantastiche di questa
società monitorizzata, al di là di tutti gli
artifici
stilistici per dirci felici nell'obbligo del "possesso" nevrotico a
tutti i costi, di noi, dentro e fuori, rimane spesso e permane troppo
spesso una sostanziale terribile "solitudine". Fanno testimonianza di ciò molte immagini emblematiche di De Cesario, nelle quali fra la superficie intesamente decorativa si fa largo, risaltante nel biancore esistenziale, candida dopo una rigenerante "Procreazione" la silhoutte purificata della creatura.
Verità, ovvero della invenzione figurativa più clamorosa del nostro. Questa figura di una purezza ermafrodita imparagonabile si stacca dal piano, vissuto dei comuni, e stagliandosi prepotentemente alla vista, si propone alla vita
come coscienza di sofferta partecipazione
cristiana (vedi "Il Crocefisso"), facendosi carne e materia di "Madre
con figlio", realizzandosi nel "Ritratto" fra anonimi in un
atteggiamento espressivo statuario, sacrale, deificato ma umanamente
coinvolto in quello che Heidegger chiama lo scotto dell'essere e del
sentirsi identità precisa, singolo fra i consimili, pensiero
che
richiama esistenza, responsabilità, nudità
dell'anima. Giorgio De Cesario rappresenta de facto, con queste opere, un ponte culturale tra inquietudine dell'anima occidentale e mitteleuropea così verticalmente protesa ad un controllo sempre più razionale del significato di Persona e l'emotività effervescentemente cromatica dell'anima orientale e mediterranea ricca di sensualità vitale, pregna di gioia barocca ed istintuale.
Qui sta l'essenza di questa pittura d'autore: in questo contrasto tra l'edonismo del fondo e la tensione morale del protagonista.
Materismo e colore immaginifico: l'arte di Giorgio De Cesario
Maria Cristina Maritati
Volti
in rilievo e tesi nella contemplazione del mondo circostante, corpi
flessuosi, quasi felini, forse in attesa di essere fotografati
dall'occhio della mente di chi li guarda, il tutto su uno sfondo
decorato dove il colore assume nuove sfumature ed intensità
inquietanti.Questa è l'arte di Giorgio De Cesario, un'espressione nuova eppure antica se consideriamo i particolari, la nettezza dei tratti, lo studio del colore.
I volti in rilievo, i giochi cromatici sottolineano i soggetti delle tele che non sono solo di origine filosofica, come ad esempio "Sacro e profano" e "Paura di Vivere", ma molto spesso riguardano temi e problemi di attualità come "La Depressa", "Gli Extracomunitari", "La Cometa di Halley".
Filosofia e realtà che si compenetrano, che parlano a chi osserva e nello stesso tempo lo lasciano libero di interpretare, di fantasticare, di perdersi in pensieri da tanto tempo persi di vista per ritrovare infine se stessi nella mente, nel corpo e nell'anima.
ARTE COME ESPRESSIONE PITTORICA, DECORATIVA, MATERICA E GRAFICA
BIAGIO PRATICÒ
Giorgio De Cesario è un artista poliedrico che sfrutta al massimo le sue conoscenze nei vari campi in cui opera (architettura, arredamento, design, grafica, fotografia, pittura, scultura) per farne elemento fondante della sua arte intesa come espressione pittorica, materica, decorativa, grafica.
Ogni sua opera è caratterizzata, infatti, dall'amalgama di elementi decorativi e grafici con elementi sculturei rappresentati per lo più da volti in argilla di colore bianco, all'apparenza inespressivi, emaciati, corrosi dal tempo, che balzano dalla tela sovrapposti su colli lunghi e lineari con l'orecchio ingentilito da un orecchino che richiama la simbologia egiziana in cui quello destro riceve il soffio della vita e il sinistro quello della morte.
Sono per lo più volti e corpi di donna, colti nella loro eroticità e nella loro quotidianità, che incarnano l'attualità del nostro tempo, tasselli di una realtà vera e, nello stesso tempo, immaginaria che De Cesario vive e si costruisce con intesità da ben oltre quindici anni.(E' il duale che traspare da tutte le opere).
Epoca in cui, abbandonati Caravaggio e Giorgione (i due artisti che hanno inizialmente influenzato la sua pittura e di cui ancora si sente la presenza dell'utilizzo dei chiaro scuri)dà una svolta alla sua ricerca con l'impiego di tecniche nuove e diverse con un'opera "La Procreazione" in cui il personaggio è un bambino con il volto in rilievo,con una faccia amorfa, con il collo lungo in primo piano, che ha segnato l'abbandono dei volti e delle donne stilizzate. Un'opera nata spontaneamente, senza alcun progetto alla base.
De Cesario, quasi in trance, guidato da una mano esterna, incomincia il suo cammino, con questo personaggio dalla "faccia da morto" che va a "colpire" tutti i problemi fondamentali della nostra società.
Anche se i volti, i personaggi, a prima vista, non sono normali e sembrano non essere reali, osservandoli attentamente si scopre che ogni volto ha la sua espressione in funzione dello scopo per cui è nato e si ricollega con la realtà attraverso la ricerca dei colori che rimandano all'impressionismo e all'espressionismo per collegarsi al romanticismo,mentre il sistema di ricerca pittorico-decorativo e grafico richiama il dadaismo.
Ed anche se non emerge con chiarezza il legame con il cubismo la " donna dagli otto volti" fa preludere ad una estensione anche in questo campo.
Non una pittura, quindi, fine a se stessa, ma la pittura che ci trasmette un messaggio che viene da lontano. De Cesario, quando produce si apparta dal mondo per vivere nel suo mondo, in quel mondo che egli si è immaginato, dove attorno ad un tavolo banchettano molte persone, che vivono da tantissimo tempo e che non hanno una loro forza espressiva, che però viene data da lui. Praticamente de Cesario é il burattinaio che muove i fili della loro storia. Sta facendo vivere questi personaggi. E non soltanto. Li fa vivere con ironia, non con tragicità.
IL SIMBOLISMO DEL SOGNO NELL'ARTE DI GIORGIO DE CESARIO
PAOLA BERARDI
" Fluenti e morbide linee definiscono esili corpi immersi in una dimensione onirica. Si tratta della raffigurazione di una realtà celata dietro volti realizzati come raggelanti maschere in cui si concentra tutto il potere espressivo di una densa comunicazione spirituale. I volti in rilievo, densamente materici, contrastano e sublimano la forza del diffuso decorativismo lineare sottolineato drammaticamente e in maniera quasi ossessiva da figure serpentinate. È evidente il riferimento al simbolismo del sogno e alle inquietitudini surrealiste che De Cesario rivisita attraverso un linguaggio figurativo immediato che gli permette di registrare dolentemente una drammatica realtà sociale.
SOLITUDINI NELL'ARTE DI GIORGIO DE CESARIO
ANTONIETTA FULVIO
"Solitudini" , il titolo che l'artista ha scelto è la chiave di volta che permette di entrare nel suo mondo pittorico. Un mondo fatto di solitudini, malgrado l'epoca attuale rappresenti l'apice del campo delle comunicazioni. La sensibilità dell'artista vuole mettere in luce il profondo senso di smarrimento che alberga nel cuore dell'uomo moderno, sopraffatto sempre più dalla paura di sognare, di entrare in sintonia con l'altro e di comunicare. Nonostante le copertine patinate dei mass media vogliano trasmettere l'idea di una reale felicità collettiva, malgrado la diffusione capillare dei cellulari che consentono di raggiungere tutti, anche negli angoli più sperduti del mondo, le trasmissioni satellitari che annullano le distanze geografiche, il grande mondo della rete di internet…nonostante tutto questo, c'è un grande senso di solitudine, proprio come recitava il grande Salvatore Quasimodo. Ma come il poeta riconosceva l'esistenza di un raggio di sole che trafigge ma illumina, così per Giorgio De Cesario l'arte può essere il mezzo che rivela la sofferenza, ma proprio nella sua rivelazione traccia una strada per poterla superare. Allora ecco che volti di argilla fuoriescono dai dipinti, dove il vero protagonista risulta essere lo sfondo con i colori variegati e pieni di energia rappresentanti tutta la vitalità della natura, la sola in grado di colmare, forse, quel vuoto che sentiamo di avere da qualche parte. (da Leccesera, 20/21 aprile 2002)
L'ESSENZA DELLA PITTURA NELL'ARTE DI GIORGIO DE CESARIO
MADDALENA CARUSO
Un omaggio all'arte di Giorgio De Cesario
Roma, 04 Giugno 2001
Innovazione.
Nuova tendenza.
Volti d'argilla
spettrali,
ma dolci,
comunicativi.
Essenza di figure
trafugate da grotte
primitive,
reinterpretate
da minuziosa
ricerca cromatica.
Inquietanti personaggi
insorgono;
tristi e dignitosi,
timidamente
implorano
aiuto e solidarietà.
Famiglie consacrate
da riti ancestrali.
Bagliori
di luce di libertà
dell'arcaica
cultura contadina.
Luce
Colore
Linee
Ricerca e Comunicazione
L'essenza della pittura
di GIORGIO DE CESARIO
TEORIA DEL GESTO NELL'ARTE DI GIORGIO DE CESARIO
FRANCESCO MANDRINO
...e immagini s'inseguono
nelle profonde crepe
dei vicoli dove la luce
non accende i colori
sbiaditi dalle piogge acide
obliterati lungo i muri
per sovrapposizione
su intonaci graffiati
da mozzi duri e frettolosi
tra sfioriture d'umido
che fanno riaffiorare
brandelli di messaggi
dai nitidi caratteri
estraniati ma attraenti
commisti a grafie
di amanuensi disperati
solo annoiati a volte
coatti spesso inconsapevoli
del grigiore che impiomba
nel transito di vite opache
i toni forti che distinguono
le linee suburbane
nella perpetua luna piena
e livida dei neon
che nell'attesa posticipa
l'alba di un sole eclittico….
nel tratto nella forma
segno colore
o geroglifico che sia
il tempo sfuma
le idee solo ammodate
resta il concetto
come sinopia indispensabile
spesso da decifrare
ma che s'impone alle menti
dal pensiero più libero
LE SOLITUDINI DI GIORGIO DE CESARIO
MARIA CRISTINA MARITATI
" Ognuno sta solo sul cuor della terra
Trafitto da un raggio di sole:
Ed è subito sera".
S. Quasimodo
Ognuno è solo, nonostante tutto. Nonostante le copertine patinate piene di glamour che i mass media ci ammanniscono, la solitudine regna sovrana nel cuore dell'uomo moderno. Ognuno ha la "sua" solitudine: è questo uno dei tanti messaggi che le opere di De Cesario vogliono trasmettere. C'è la solitudine del sognatore ( " L'isola che non c'è") e la solitudine di chi è stanco e malato (" La depressa" e " Gli anoressici"); c'è la solitudine di chi ha paura ("Un brutto sogno") e di chi è discriminato e umiliato (" Sedotta e abbandonata"); ed infine c'è la solitudine di chi è incapace di comunicare col prossimo (" Icaro" e " Solipsismo") ed è questa la forma più grave, la vera condanna dell'uomo del terzo millennio. Nonostante il proliferare dei mezzi di comunicazione, l'uomo non è mai stato tanto solo quanto oggi e la meccanica, l'elettronica, l'informatica con la loro freddezza e i loro bip non estinguono l'aridità, il "non aver nulla da dire" che caratterizza la nostra vita quotidiana. Ma i personaggi di Giorgio De Cesario, così solitari e stanchi, parlano con noi tramite l'espressività del loro volto d'argilla e soprattutto ci parla l'atmosfera colorata e piena di vita che li circonda. "Ognuno è solo", dice Quasimodo, ma anche lui riconosce l'esistenza di un raggio di sole che trafigge sì, ma illumina e alla sofferenza dei personaggi si pone come contrappunto lo sfondo cromatico vivo e palpitante, variegato e pieno di energia. E' un raggio di sole che trafigge ma forse la forza della natura può colmare la nostra solitudine e colorarla , nonostante tutto. E' subito sera nella vita di ognuno, ma anche la sera ha i suoi colori, e i suoi coriandoli di luce possono dare la gioia di vivere, nonostante tutto.
L'ESSERE ALTRO DI GIORGIO DE CESARIO
MARIA CRISTINA MARITATI
" L'Essere altro... l'Essere altrimenti... l'Essere altrove, sempre e comunque l'Essere, la cui impalpabile quintessenza, aldilà dei giochi di parole, continua ad impegnare le menti filosofiche di tutti i tempi. Una "Crocifissione" moderna quella di De Cesario che vede il povero cristo dei luoghi comuni messo al muro dall'onnipotenza della donna di oggi, sempre alla ricerca di Essere Altra a tutti i costi. Una "Donna allo specchio" invece, nonostante la sontuosità dell'apparenza, indaga sulla propria identità virtuale nel vano tentativo di Essere Altrimenti. E poi il "Turista a Firenze", l'uomo e la propria ombra, l'uomo e l'Arte, l'uomo con il suo desiderio di Essere Altrove. Ed ancora "Un Sogno Infranto", il fallimento forse della ricerca individuale dell'Essere: la sua insostenibile leggerezza ha le ali tarpate dagli artigli del Male. E per finire un divertissement dell'artista De Cesario, "Ofelia non è pazza": è chiaro il riferimento a Shakespeare, ma qui l'artista è in balia del proprio spiritello della creatività, una specie di silfide che è il proprio alter ego. L'Essere Altro, dunque, in tutte le sue sfaccettature e in tutte le sue possibilità, superando il dualismo manicheo del bene e del male e raggiungendo così nuovi equilibri di forme e colori.
NUVOLA, L'ARTE DI GIORGIO DE CESARIO
ROBERTO PERIN
Le tue mani nelle mie
nascoste in una nuvola,
i pensieri infilati
da un filo di sole.
Momenti d'emozioni.
Nascono voglie,
nascono desideri,
vivono sogni.
Ti voglio stringere,
pelle su pelle,
fuoco contro fuoco,
passione contro desiderio,
complicità contro peccati,
luce contro buio.
Ho voglia,
voglia di te,
di sentirti sparire,
di sentirti rinascere
oltre la mia pelle.
La tua voce
entra in me,
la tua pelle
si posa sulla mia.
Scopri, penetra, sviscera,
troverai il tuo mare,
il mio mare,
troverai il mio cuore
dentro una nuvola
tra le tue mani.
MASCHERE, SENTIMENTI E COLORE
Emmanuel Mons Delle Roche
La felicità non è evidente, sembra che Giorgio De Cesario voglia dire. I personaggi sono bianchi fra armonie cromatiche molto belle. Inoltre, essi sono plasmati come se avessero delle maschere, ma neppure queste riescono a nascondere la loro inquietudine, la loro difficoltà di vivere.
Sono bianchi (senza colori, o di tutti i colori?) in un universo ricco di colori,forse perché l'artista lascia allo spettatore la libertà di scegliere il suo colore; inoltre l'apparenza dissocia questi esseri dalla realtà : non sono capaci di comprenderla, e si fabbricano una maschera (che non nasconde i loro sentimenti, lo ripeto).
Forse il loro spirito (dissociato dal corpo e dalla realtà esterna, cosa che spiega questi colli lunghi), è di una natura diversa dalla realtà "tangibile".
Nel lavoro di De Cesario credo ci sia tutto questo. Soltanto il suo autoritratto è differente: egli è soltanto bianco e "oggettivo"; gli altri sono neri: sono quindi l'incognita perfetta. Ma forse mi sbaglio sulle sue intenzioni.
La libertà che lascia la sua arte implica ugualmente quella da sbagliarsi.
Ne sono, in ogni caso, sedotto.
IL MESSAGGIO ICONOGRAFICO NELL'ARTE DI GIORGIO DE CESARIO
DOMENICO SALAMINO
" Il pittore non deve soltanto dipingere ciò che vede davanti a sé ma anche ciò che vede in sé (…)".
Questa frase, scritta da Hespar David Friedrich, sembra calzare a pennello alla poetica pittorica di Giorgio De Cesario.
In essa infatti,ciò che il pittore vede, studia, analizza e riproduce "in sé", nel suo subconscio, lo esprime attraverso le forme dell'Arte.
Scavando nella sublimità del sogno, desidera condurci, attraverso una iconografia intrisa di particolari simbolici, ad una lettura meditata, riflessiva della realtà sociale di oggi.
Crea così un vero e proprio apparato di immagini, fatto di cose apparentemente inutili in cui è facile che l'osservatore inesperto si perda.
Un apparato in cui forme, colori, volumi ed oggetti, costituiscono una sorta di corredo che vuole, con l'uso di vari elementi, aprire le porte a una comunicazione concettivistica, fatta anche di esplicitazione e di ermetismo. In queste opere, si trova una delle "essenze" dell'arte contemporanea: la ferma volontà di condurre chi osserva lungo un "cammino della scoperta", a sommare i vari messaggi ed elementi (spesso celati da particolari tecniche), per giungere alla definizione del contenuto generale.
Un contenuto che è, quindi, il gioco di tante piccole e importanti sfaccettature che danno, alla fine, un insieme unitario.
Per certi versi, ad un'analisi più attenta, non si può prescindere dal valore che, in questo tipo di pittura, ha la conoscenza dell'evoluzione storica contemporanea.
Certo è evidente un riferimento al simbolismo del sogno, che fonda le proprie radici in Freud e che si manifesta poi in Dalì.
Ma ciò che distanzia De Cesario da un recupero del Surrealismo puro e fine a se stesso, è il continuo riferirsi alle problematiche sociali, in maniera non celante ma esplicita, reale.
Il dottismo accademico, pur influenzandolo, non contrasta il modo e il momento dell'espressione.Lo rafforza invece, determinando un solido fondamento cognitivo.
La cognizione diviene il fulcro dell'immagine stessa.
Con l'atto del sapere e del riflettere, egli giunge a soluzioni spesso inaspettate ma di chiara essenza dimostrativa.
Ogni opera comunica, dimostra appunto, ciò che l'uomo-artista riflette e, con l'azione dell'iconografare fa sì che, ciò che è immagine e contenuto, diventi patrimonio universale.
L'iconologia, dal canto suo, è così lo strumento spesso utilizzato per raggiungere un fine specifico: quello di portare, ancora una volta l'osservatore, pian piano lungo il tragitto (spesso tortuoso, perché particolari alle volte sono alcune tematiche) del comprendere ed immagazzinare il messaggio.
In questo contesto, assumono un valore le rappresentazioni e gli elementi della rappresentazione! De Sanctis scrive: "La forma non è a priori, non è qualcosa che stia da sé e diversa dal contenuto, quasi ornamento o veste (…) o aggiunta di esso; anzi è essa generata dal contenuto, attivo nella mente dell'artista: tal contenuto tal forma".
Così il collo lungo e sottile (da non confondersi con quelli di Modigliani) e la struttura morfologica dei volti, divengono il simbolo di una nuova visione e di un nuovo concetto di uomo: accentuando le deformazioni fisiche, De Cesario, delinea una nuova formazione mentale.
Innalza il concetto, secondo il quale, il pensiero, la meditazione e la razionalità sono i mezzi per comprendere i drammi reali che, innumerevoli volte, scaturiscono da "esigenze" prettamente materiali, dalla smania di vanità, dall'edonismo individuale.
Questi ultimi elementi sono sintetizzati nella presenza, spesso ossessiva, dell'orecchino che, in quanto gioiello, ornamento, è l'elemento che lega le "perversioni egoistiche umane" ai drammi sociali di cui gli stessi personaggi che poi indossano, pieni di fascino, questi monili, sono gli interpreti.
Scendere nel particolare è come immergersi in una qualsiasi situazione sociale di cui, ad esempio, la "SCULTURA MULIFACCE" è una chiara esplicitazione.
Ma non è l'unica : è lunga la carrellata e, grazie ad essa, si incontrano "LA DROGATA" che, chiusa in un supplizio interiore (notabile perché la sua figura è tagliata da un contesto più largo, con un serpente che la cinge, quasi fosse una odierna Cleopatra), cerca di "sfogarsi" attraverso una sessualità dichiaratamente gratuita; "GLI ANORESSICI" che, nella loro ricerca di ideale estetico, ridono invece per la decadenza dell'UOMO come essenza pensante; "SACRO E PROFANO", in cui si raffigura il momento del trapasso, e tanti altri ancora possono essere gli esempi. Quello che più ci colpisce, è che ogni opera è un "luogo di analisi" non superficiale ma meditato, è un momento di riflessione e, nel contempo, il centro di un dibattito che facilmente si può instaurare tra ciò che è esposto e chi osserva.
L'arte, a questo punto, assume il significato più elevato: quello cioè di divenire attività spirituale e materiale, tramite la quale l'uomo esprime con immagini, belle purchè utili con la loro comunicazione, il proprio mondo interiore, fatto di realtà riflettute grazie alla sublimazione della finzione, del concettivismo, del messaggio iconografico.
IL CORPO
dedicato All'opera Donna allo Specchio di Giorgio De Cesario
Di Diana Moscatelli
Occhi di specchio
Di cellule aggregate
È fatto il tempo
Nel vuoto interstiziale
Si nasconde il dolore
SCRITTO SUL CORPO
dedicato All'opera Donna allo Specchio di Giorgio De Cesario
(Pervye svidanija, in A. A. Tarkovskij, Poesie scelte , Milano 1989),
traduzione di G. Zappi
viaggio negli enigmi e nelle profondità del desiderio
“Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.
Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.
Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tu svelò
il proprio nuovo significato: zar.
Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.
Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…
Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.”
Primi incontri.
(CALENDARIA ROMERIO- POESIA INNAMORATA E SOLA)
dedicato All'opera Donna allo Specchio di Giorgio De Cesario
Questa notte mi avvolgerò
nel bianco candido delle tue pagine.
Bacerò l'ardore del tuo respiro
il silenzio fra le righe
nelle linee senza punti di ritorno.
Perderò il senso delle frasi e del destino
camminerò persa nel linguaggio
ed afferrando l'inchiostro
dipingerò corpi follemente innamorati.
Ma non ti troverò, amore mio.
La fame non divora il desiderio di riempirsi
ricorda solamente l'esistenza delle membra
il sangue che circola e ferma il corpo.
Irriconoscibile di fronte a me.
LE ENIGMATICHE TRASFORMAZIONI FIGURALI DI GIORGIO DE CESARIO
di Max Hamlet Sauvage
Il nodo pittorico che si svela nei dipinti-sculture di Giorgio De Cesario verte con evidenza percetti-va e realizzativa nella conquista della plasticità. Le sue figure, nello studio dell’anatomia del corpo umano, acquistano una nuova linfa di significato, sia spaziale che allusiva. Ed è con queste premes-se culturali e psicologiche che devono essere letti i sintetici dipinti del pittore e scultore G. De Cesa-rio.
Le sue forme pittoriche e scultoree sono plasticamente nette, definite con un intendimento scul-toreo, ma in esse l’aspetto che maggiormente affascina è l’organico slittamento figurale dello spazio del piano nei suoi volti di porcellana, una interpretazione metafisica del corpo, del suo rapporto con l’anima.
Lo spazio in cui le figure sono presenti è chiaramente interiore, un puro fondale senza ca-ratterizzazione prospettica o fisica.
Il colore, dalle tonalità pastello, verde acqua, azzurro, nel suo potenziale a volte mono-cromatismo, annulla ogni effetto di plausibile realismo.
La spinta artistica di Giorgio De Cesario origina e si orienta da quello che esprime di necessità l’epoca contempora-nea. Vale a dire di penetrare la realtà nel contesto di una interrogazione osmotica in cui la mente umana stabilisce un diretto rapporto con l’oggetto
del costume e la natura, addivenendo ad una sin-tesi cognitiva che motiva il caso particolare del soggetto specifico con l’insieme dell’universalità poetica.
L’arte moderna subisce una radicale trasformazione dovuta, da una parte, alla stilizzazione lineare della figura ridotta a spigoli, e dall’altra, all’avvicinamento delle culture artistiche
africane che fungono da confronto e da riferimento cui guardare come modello nella nuova estetica proposta da Pablo Picasso e delle avanguardie artistiche del primo Novecento.
Il pittore Giorgio De Cesario non ha mai aderito ad alcun movimento codificato, perché segue una propria strada istintuale. Il suo dipinto “Il nudo allo specchio” diventa un monumento alla figura, pur avendo come debitore Amedeo Modigliani
ed altre parentele. Del resto, l’arte precede così le strane coincidenze prendendo spunto per creare nuove forme diverse. L’enigmatica deformazione delle sue figure, di valenza “espressionista”, penetrano le contraddizioni della vita nell’attuale ciar-pame odierno della decadenza umana, per affermare una ricerca di sicurezza che, consapevole o meno da parte del pittore, determina il suo evento artistico come fatto di consapevolezza tra la men-te e la materia, tra il desiderio e il tempo dell’attesa. Una pittura, quella di Giorgio De Cesario, di condensata energia, un affascinante ed evocativo viaggio nel corpo e nella mente del pittore, in cui la sensibilità della poesia emerge con pronunciata e lucida intensità.
LA CASA DEGLI ARTISTI
di Eugenio Giustizieri
Casa degli artisti su un dardo di fuoco
scorri dolce,
costruito rogo del coraggio
segui il lungo filo del mio cuore delicato
che da oriente a occidente vede tutte le stelle.
L’ anima si agita d’ amore,
negli sguardi la gioia di vedere cose nuove
attraverso le nostre ombre
che brillano nella notte come tacita speranza.
Di te, emersa dall’ incanto di un mattino
tra l’ eterno e l’ effimero d’ un cielo puro,
rubo il volo celeste e d’ oro
in cui si può bere a lunghi sorsi.
Casa della memoria che percuote il cuore,
che piange, graffia e ride nel mondo,
dispiega il tesoro di carezze profonde
nelle sere illuminate dall’ ardore della vita.
Un braccio di mare ti guarda
al bel sole immortale e severo di qui.
Da queste porte vado nel mistero di Leonardo,
comprendo silenzi e pensieri nell’ aria.
Più in là le note di Bach sulla soglia
bagnano inattese il destino
e subito la nobile grandezza del Canova
danza e resiste nella vertigine degli anni.
Fremono i colori sul ciglio dell’ abisso di Van Gogh,
giallo e blu si aprono sulle geometrie di Mondrian,
penetra il vetro la fuggente luce di D’ Annunzio,
volteggia, senza rimorsi nel piacere.
Qui ogni stanza infiamma il silenzio
forte e dolce, è favola il mio sogno,
splendono di lampi Maria Cristina e Giorgio
specchi profondi che si consumano in maschere d’ argilla.
Di te, carne dei nostri giorni è la vita
che non muore in frane e in onde.
Tu rimani, raro fiore, solitario a guardare
forme d’ angeli di un’ altra quiete.
GIORGIO DE CESARIO : IL VOLO NEGATO
di Eugenio Giustizieri
Quando si ha il coraggio di esplorare la propria vita, allora si può guardare anche a quella degli altri e soffermarsi, con uguale, dolorosa naturalezza sulle ferite aperte, sulle piaghe che mai potranno rimarginarsi e su bocche spalancate che annunciano nascite e morti.
E’ questa straordinaria sincerità morale a rendere emozionante ed incredibile la produzione artistica di Giorgio De Cesario. E’ una storia a ritroso, dipinta e scolpita dall’oggi allo ieri, scavando oltre le radici insospettate dell’infelicità del presente. Alla fine, nulla resta della storia dei volti e delle maschere, a parte la memoria di una sconfitta necessaria. Su questa sconfitta si apre la ricerca dell’artista. Con crudele semplicità la composizione ne elenca i termini mediante le applicazioni e manipolazioni di oggetti tratti dal passato.
Già, il passato. Il pensiero può permettersi di andare a ritroso, di scavare nei gesti, negli sguardi di un volo negato, nelle parole di un giorno, di un anno, di una vita precedente. Non è un banale flashback, quello scelto dall’artista. Sono frammenti selezionati in ordine inverso, dal più vicino al più lontano, per scoprire come tutto è iniziato e poi concluso. L’emozione più forte è vedere, in entrambi i casi, la teoria alla prova dei fatti, l’intuizione che diventa linguaggio, la sperimentazione che crea un nuovo mondo di immagini, in grado di essere captate da ciascuno.
De Cesario coglie il mondo alla sprovvista, usa il frammento per scardinare una realtà ancora più vera di quella che appare nel quotidiano. Così continuamente si ricrea la funzione metaforica del linguaggio, figure di uomini vuoti, impagliati che hanno commesso l’errore di credere che il progresso proceda in linea retta. Ma hanno preteso troppo, hanno voluto mordere un boccone troppo grande per le loro bocche. Così, da un’esistenza in technicolor, dalla conoscenza attraverso gli eccessi, dalla libertà radicale, sono passati di colpo alla sconfitta.
E’ una sconfitta che l’artista racconta con impeto ed energia, ma anche con una meravigliosa serenità, quasi infantile, e una profonda sensibilità psicologica, concretizzando l’impressionante capacità di restituire il clima della nostra epoca e i sussulti del cuore di personaggi ricchi di sfumature, di slanci, di cammini intrapresi e mai interrotti.
La sua è epopea avvincente che, nonostante tutto, trasuda voglia di vivere, rimpiange tutto ciò che c’è da rimpiangere, senza evitare di affondare la lama negli errori e nelle ingenuità dei nostri anni.Troppo frettolosamente messi in archivio. Intensità, vicinanza, dolore, solitudine e compostezza rappresentano le coordinate di una umanità che esiste, e crede, e spera, e si arrende. Senza far rumore, col grido che resta sospeso
in gola.De Cesario centra il bersaglio del silenzio e, all’astuzia dei potenti, degli accademici, delle ideologie, contrappone l’attesa della rivelazione del reale, la sua infermità, la sua complicità con gli uomini semplici, la sua attenzione all’ignoto, dentro e fuori di sé. Tutto è pervaso da uno spirito misterioso e visionario; un impalpabile filo rosso aggrega i cieli evocati di un qui e di un altrove sconvolti e, con insolita semplicità, lancia il suo messaggio all’osservatore senza eccedere in retorica, in una sorta di gioco illusionistico che non può che lasciare sgomenti.
E’ la storia che lacera l’uomo in fantasmi e lascia affiorare le debolezze di un’emozione irripetibile e, a tratti, selvaggia. E’ il silenzio di voci smorzate che lascia affiorare la debolezza umana, la sua vulnerabilità, la sua sofferta fantasia, fino ai presagi di morte. Il destino di chi è santo e dannato, angelo e demone.
GIORGIO DE CESARIO. “L’ESSERE CHE (NON) C'E'.”
Beppe Costa
Leggendo con gli occhi del cuore – non certo del critico, quale io non sono e che, spesso, cuore non ha - sono entrato in punta di piedi incontro alle opere di Giorgio De Cesario e ne ho ritrovata tutta quella forza antica di chi l’arte l’ama (come me) e la rispetta (come pochi).
Ho guardato più volte dentro ogni sua opera notando la cura (di certo interiore) che l’uomo poneva nel non essere altro che sé, l’interno del sé.
Tralasciando per il momento la descrizione formale che ne prevede (o indica) il come e il perché, De Cesario è consapevole che, per potere inventare ed essere diverso dagli artisti che ama, basta amarli (senza farli maestri o santi) e vedere con gli occhi propri gli stimoli, la forza che ogni autore amato ha trasferito nella sua vita, negli studi, nel lavoro e, soprattutto, nell’immaginazione.
Se ama i lunghi colli di Modigliani li fa propri, o le donne ferite di Klimt noi, che con gli occhi guardiamo, lo intuiamo e ne avvertiamo il sapore, l’odore, le linee, i colori. Così come per Mirò, Magritte, Mondrian e tanti altri ancora.
E, dunque, poiché in questo caso l’artista insegna ai giovani studenti, sa bene che l’arte va amata, fatta propria ma, assolutamente, non copiata.
Se aggiungiamo poi quel vivere quotidiano che la maggior parte di chi ha testa e cuore avverte, fatta di stupidari televisivi e di linguaggi d’arte, di musica e poesia quasi seppelliti, ecco che, il detto prima con quanto si vuole aggiungere adesso: che ognuno proceda poi con la propria cultura ed emozioni.
L’evidenza, per il mio cuore che guarda, è la visione dell’essere umano che Giorgio De Cesario ci indica: figure pallide, apparentemente eguali, prive di espressioni (mentre i colori fanno da sfondo/mondo) a rappresentare la solitudine dentro e fuori l’essere umano. Come dire: l’Essere e il nulla, ma di un essere che è sempre ‘fuori’ da un’altra parte, da altro di sé.
Così come scrive ed indica perfettamente Maria Cristina Maritati, che al fianco gli vive e gli è, (sembra la medesima cosa, ma, sapete bene che non lo è). Questa necessità “dell’uomo maschera”, infelice dell’essere identificato con l’’Uomo qualunque’, quando qualunque non è, ma che tanto vorrebbe ‘qualcuno’ e spende tutta la propria vita per andare altrove, per avere altro, per essere, non accontentandosi pressoché mai. E questo in parte sarebbe corretto per ogni essere umano nell’intento però di migliorarsi : “Fatti non foste per viver come bruti”, cosa che invece sembra il traguardo per molti aiutati dallo sciocchezzaio televisivo e dal disastro che specie il nostro paese vive anche e soprattutto a scuola, dove arte e musica la si studia (si fa per dire) solo alla media, unico paese al mondo, quello che indicano come civilizzato.
Quando si tratta di donna il ‘guasto’ che produce alla sua psiche è ancora maggiore.
Mi ricorda anche se non con precisione i versi di Jesus Lopez Pacheco (poeta spagnolo non più edito nel nostro paese) che descrive più o meno così il desiderio di essere altrove:
“…due treni fermi ad opposti binari, dai finestrini ciascuno guarda i volti di chi va in direzione contraria, non volendo andare nella propria…”
Tema ripreso per tutta la vita da Fernando Pessoa che in poesia fa una sorte di sintesi (dal mio punto di vista) rendendo più chiare tutta la filosofia e la psicologia d’ogni essere umano che si guarda, si vede, si cerca. Senza trovarsi.
E dunque appaiono anoressici ‘mentali’, corpi smussati, squadrati in posizioni e collocazioni assurde (surrealisti), o spezzati in cubi (Picasso, Carrà) ma, tutto con una scrittura assolutamente originale e coraggiosa dove, i volti in argilla escono come mostri (lo siamo) e non come extraterrestri come l’occhio che va di fretta può indicare.
L’isola che non c’è, l’opera che in qualche modo indica il distacco dell’uomo minuscolo dinnanzi all’universo, sebbene sembri di tutt’altro genere (e nello stile lo è), non fa che confermare la solitudine (in questo caso c’è un ‘numero primo’ che è seduto sulla luna) e il bisogno, necessità-dovere di volgere lo sguardo altrove e da lì ritrovarsi.
Molto più semplice nei secoli passati quando il rapporto con la natura non era fisicamente impossibile come lo è adesso.
