Recensioni

Le cromie di Giorgio De Cesario

Non è facile entrare nel Tempio di Poseidone ad Isthmia…
Nella terra di Enea, nel mio immaginario pensavo di trovare presenze elleniche, dall’alto vedevo
umidi smeraldi, lucenti zaffiri. Mi sono ritrovato nel tempio delle finiture, dove ho avuto una scala
privilegiata per osservare, catturare e saziarmi di tinte e colori come un unicum in una messa in scena
a tratti barocca, dove la metamorfosi assume cromature che dilaniano l’iride dando al viandante ignaro
la sensazione di trovarsi quasi sospeso a mezza altezza tra il sogno e la realtà.
LA CASA DEGLI ARTISTI …
costituisce un esempio di unità metodologica che accomuna architettura a pittura, in un crescendo di
equilibrio quasi stratigrafico nelle coloriture e nei pigmenti con continui rimandi mai lineari,
dove la noia trova il confine con kentaurus.
La Casa degli Artisti… inventa e diventa una passseggiata tra le numerose opere
del Maestro Giorgio De Cesario, artista mai nato, dove ogni catenella fa breccia tra i sensi,
nei quali vedere, annusare, ascoltare, sentire e quasi toccare, vivendo all’interno delle cromie
da protagonista tra devozione e pittura.
Non ultimo l’uomo… intenso, abile maestro di ospitalità, personaggio istrionico, un passatore di
altri tempi nella modernità dei nostri giorni.

SARAI  PARTENZA DEL RITORNO,GRAZIE  DI CUORE E DAL  CUORE…

Di Valter Meloni

FUNZIONARIO DEL MINISTERO PER I BENI
E LE ATTIVITA’ CULTURALI E DEL TURISMO.

La pitto-scultorea di Giorgio De Cesario

Se la mattina del primo giorno d’estate un cronista di provincia che indossa i panni d’un viaggiatore
viaggiante … Mi fossi chiamato Italo Calvino, questa sarebbe stata l’ouverture ideale del mio contributo.
Poiché invece il mio ruolo nella società è realmente quello d’un cronista d’un’assolata provincia del sud,
e non mi sta neppure stretto, meglio stazionare su quote più normali. Rimane il dato inconfutabile che era
davvero la mattina d’un 21 giugno quando mia moglie ed io abbiamo fatto approdo alla Casa degli Artisti.
Un occhio che non sia critico per vocazione, ma neppure distratto o sprovveduto, al suo primo “cimento”
con la produzione pittorica, o meglio “pitto-scultorea”, di Giorgio De Cesario difficilmente ignorerebbe
un filo conduttore: volti smunti, emaciati, tracimano dalla tela cercando l’incontro ravvicinato con le
pupille dell’osservatore, non per instillare in esso inquietudine, bensì per riaprire una profonda botola
d’interrogativi disparati, accantonati per chissà quanti anni, nell’illusione che al disinteresse, all’ignavia,
alla cecità del benessere equivalga la pacificazione dell’esistenza. Vale invece l’esatto contrario:
solo sciogliendo i nodi che questo mondo beffardo imbastisce si può tendere alla quiete dei sensi e
della coscienza, individuale e collettiva, perché ogni ragnatela strappata tempestivamente evita a priori
l’impatto con la successiva, che sarebbe ben più fitta.
Non mi ha abbandonato per un momento, al cospetto d’ognuna delle fatiche artistiche di Giorgio,
il pungolo d’una riflessione così ingombrante, anche quando l’insieme dell’opera poteva superficialmente
apparirmi giocondo o “soft”. Scegliendo questa riflessione come humus ideale, ho atteso che germogliasse
la più appropriata terminologia per classificare il percorso artistico di Giorgio: il suo è un cammino
“ammonitore”. Destinataria dell’indice puntato, un lettore attento lo avrà già compreso, è la comunità umana tutta.
Commetterebbe il più grave degli errori un individuo se, raggiunta una determinata tappa del proprio sentiero
terreno, cedesse alle sirene dell’appagamento; dell’ingenua fiducia negli occhi quando vedono ciò che desiderano
e non ciò che è; dell’autostima eccedente, anticamera dell’arroganza a sua volta foriera di porte barricate
in presenza del debole, dell’umile, del diverso, dello straniero.
Giorgio c’insegna che la farfalla può sempre volare via all’improvviso dall’inguine di Belen, trascinando
con sé verso altri lidi popolarità, lussi e l’intero indotto che ciò comporta. La torre del successo facile
si regge su una palude, può implodere come un castello di carte lasciando inutili vestigia. Molto meglio allora,
anche in uno stato di benessere materiale, continuare ad abbeverare il benessere invisibile,
magari con qualche mano tesa in più e qualche piuma di struzzo in meno.
Giorgio c’insegna che il trasporto passionale naufraga in balìa dapprima dell’infatuazione e
quindi della vulnerabilità quando pretende di fare a meno della discreta ma indispensabile compagnia
della ragionevolezza. E l’altra metà della mela, azzurra o rosa che sia, può mostrarsi astuta e famelica
di fronte a chi si pone con tale affidamento, lasciando libero sfogo ai mille canali del desiderio,
salvo però il ricorso all’atto letale quando la carica erotica distribuita a ruota libera non è più domabile.
Il nucleo della questione non sta certo nell’inculcare la teoria del sospetto preventivo verso ogni potenziale
partner, da una parte e dall’altra, ma è altrettanto palese che la sola indignazione a posteriori non eviterà
la deposizione di corone di fiori sulle tombe di altre dieci, cento, mille Melania Rea e di altri dieci, cento,
mille Luciano Iacopi.
Giorgio c’insegna ancora che nell’eterna contrapposizione tra autarchia e accoglienza bisogna essere cauti
nell’enunciazione dei giudizi. L’artista ci propone uno Stivale che affonda lentamente, ma quanti avrebbero
il coraggio di attribuire la causa di quest’inabissamento al peso degl’immigrati che raggiungono le nostre coste?
La falle non sono state forse aperte dalle ruberie di chi questo Paese avrebbe dovuto amministrarlo per il bene
comune, quando Milano si poteva bere e di barconi all’orizzonte non si scorgevano neppure le sagome?
Grazie saggio Giorgio, e arrivederci a presto alla Casa degli Artisti, dove chi ha voglia di dire
la propria attraverso le arti visive deve solo chiedere garbatamente il permesso.

Santi Pricone
Siracusa, 6 Luglio 2017

La Cronaca trasfigurata dall’arte

De Cesario recupera fatti e protagonisti di scottante attualità calandoli in un’atmosfera da sogno. Sottratta al consueto linguaggio massmediale e depauperata delle connotazioni più turpi, la cronaca è riproposta sulla tela in termini plastico-pittorici. Designer, pittore, scultore, il poliedrico artista è artefice di un linguaggio singolare, sospeso tra aspirazioni astratte e figurazione naif.

Tela e argilla i medium privilegiati, utilizzati non in contrapposizione o secondo scelte aprioristiche, ma integrati sino a potenziare reciprocamente superficie e volume.

Da sfondi bidimensionali popolati da figure arabescate, emergono ieratici volti in argilla, archetipo dell’uomo contemporaneo, reso inespressivo e insensibile dall’incipiente omologazione.

La traslazione in un mondo fantastico conferisce allo spettatore un punto di vista distaccato, obbligandolo a riflettere sulle aberrazioni del mondo odierno, sulle tragedie quotidianamente procurate da inettitudine, disagio sociale e ignoranza.

Carmelo Cipriani

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          

Viaggio tra le Vie dell’Arte – La meta salentina ne La Casa degli Atisti Gallipoli

L’arte segue strade inaspettate, a volte inconsuete, eppure “Viaggio tra le vie dell’arte” è un appuntamento ormai abituale, che si ripete con costanza. Le tappe del percorso, in questo nuovo anno, sono state Catania, Roma, Gallipoli, per tornare ancora una volta al punto d’origine. La meta salentina, seguita a quella romana, ha reso ufficiale il Movimento Alienista, il cui manifesto era stato già redatto e presentato lo scorso anno. Nei giorni 9 e 10 febbraio, infatti, si è tenuta l’inaugurazione della mostra di pittura e scultura di uno dei fondatori del movimento, Giorgio De Cesario, con un vernissage dal titolo “Dall’attualità al fantasy”. La “Casa degli artisti”, l’abitazione-museo di Giorgio De Cesario e della professoressa Cristina Maritati ha accolto i numerosi visitatori giunti ad ammirare le opere dell’autore, che rappresentano a pieno titolo lo spirito del movimento.

I lavori della nuova produzione artistica di De Cesario, nel concreto, individuano alcuni dei momenti salienti della cronaca odierna, nera o scandalistica; esempi che sottolineano l’allontanamento dell’uomo dai valori di un tempo e dai suoi sentimenti, fino a divenire quasi alieno a se stesso. Solo l’arte può scuotere e risvegliare le coscienze fino sublimare le brutture del quotidiano, trasfigurandole in metafore e moniti, come facevano le fiabe nel passato. La serata del 9, quindi, ha preso avvio con il benvenuto di Cristina Maritati e con una sua breve presentazione dello spirito della Casa, da sempre teatro di rassegne e iniziative culturali. La parola è poi passata a Vera Ambra, presidentessa di Akkuaria, la quale ha ricordato le linee guida del Movimento e illustrato le opere di De Cesario.

Tra tutte, al centro della sala, spiccava la scultura La sposa lasciata, che insieme al dipinto Donna con le valigie è l’emblema della condizione attuale della famiglia. Mentre quest’ultimo rappresenta le donne scomparse, però, spesso vittime di violenza estrema, il primo rappresenta la donna “ripudiata”, colei che è sottoposta al continuo logorio causato dal dover soddisfare aspettative sempre più pressanti da parte della società e del proprio compagno. Colei che, per inseguire obiettivi imposti da esempi mediatici, i quali presentano modelli femminili alieni alla realtà di tutti i giorni, televisivamente performanti e chirurgicamente perfetti, finisce col perdere se stessa e assumere un’identità che non le appartiene. Secondo l’autore, solo la forte scossa dell’abbandono riesce a darle lo slancio definitivo per ritrovare se stessa, seguendo un percorso che potrebbe essere fondamentalmente disseminato da lacrime vermiglie di sofferenza, ma che lei stessa può trasformare nuovamente in petali di rose.

La serata è proseguita con dialoghi e momenti conviviali tra i vari ospiti intervenuti, per i quali, all’ingresso della casa-museo, erano state messe a disposizione le “Parole Donate”. Cartoline con su scritte delle parole, donate, appunto, da alcuni artisti aderenti al movimento Alienista e facenti parte di un percorso di “educazione sentimentale” promosso attraverso di esso. L’iniziativa “Seminare parole per raccogliere buoni frutti”, presentata a Roma il 2 febbraio sempre in occasione di Viaggio tra le vie dell’arte, infatti, segue un percorso itinerante, una sorta di carovana ideale a cui, di volta, in volta, si dovranno aggregare nuovi “viaggiatori”. Essa rappresenta la volontà di ripartire dal significato delle parole: non più meri contenitori ma simboli di un impegno, che il donatore di ciascuna parola e colui che la accoglie si assumono l’incarico di concretizzare.

Una serata intensa, quindi, fatta di cultura, emozioni, e con l’attenzione rivolta soprattutto alla socialità e al confronto; con lo scopo di ritrovare noi stessi anche attraverso l’altro, risvegliare la nostra umanità, ormai ceduta in cambio di un falso ideale di progresso, e della quale possiamo e dobbiamo riappropriarci per riuscire a produrre il reale cambiamento evolutivo.

                                                                                                                                                                                                          Ilaria Ferramosca

 

Voltare pagina per ricominciare di Giorgio De Cesario

Voltare pagina per ricominciare è il titolo dell’installazione approntata in occasione della prima mostra alienista “Dall’attualità al fantasy” organizzata dal maestro Giorgio De Cesario, uno tra i fondatori e firmatari del Manifesto “Alienismo”. Il movimento artistico e di pensiero, nato dall’esigenza di rappresentare l’Arte partendo dalla manifestazione dell’Idea e dalla sua interpretazione, con lo scopo di riportare il pensiero creativo all’interno di forme adeguate a esprimere la complessa spiritualità contemporanea, sperimentando nuovi equilibri fra contenuti e forme nella sintesi che si produce fra la natura spiritualizzata e lo spirito materializzato.
Dunque un movimento che vuol controbattere e contrastare con i mezzi possibili l’attuale condizione della nostra società contemporanea, oggi sommersa in una delle più totali e aberranti forme di alienazione.
“Alienismo”, nel suo verbo “alienare”, vuole in pratica evidenziare il modo in cui l’uomo si è estraniato a se stesso e il modo in cui ha preso le distanze dalla realtà, divenendo egli stesso “alienato” e “alienante” per sé e per gli altri.
Il termine Alienismo porta con sé una provocazione e una denuncia contro ogni forma di alienazione che in maniera sempre più dilagante ottunde le menti e schiavizza l’uomo.
L’Arte è il primo gradino per l’autocoscienza dello Spirito, in quanto esso, solo nell’arte può vivere nell’immediatezza e nell’intuitività della sua fusione con e nella natura.
Il pensiero creativo di questa installazione sicuramente dà corpo e pensiero all’opera scultorea “La sposa lasciata”, con il quale l’artista ha inteso legare con una sorta di fil rouge la nuova produzione artistica di Giorgio De Cesario.
L’Alienismo intende portare nuovi equilibri vitali all’interno della società contemporanea dal momento che essa, con il suo stile di vita, commette costantemente espropri di coscienza sino a decretarne la morte.
L’idea creativa dell’intera mostra punta principalmente a mettere in discussione il ruolo della donna, oggi spogliato definitivamente della veste di “Nume tutelare della casa”.
Il perno dell’evento è dunque la famiglia dei giorni nostri. La famiglia magari intesa come espressione naturale della nostra attuale modernità ma, in entrambi i casi, il peso maggiore dell’una e dell’altra cade soprattutto sulle spalle delle donne, costrette in tutti i casi non solo a fare i conti con i numeri di quella quotidianità che oggi a malapena ci permette a stento di resta a galla nel mare dell’invivibilità, ma che da un certo tempo a questa parte è costretta a fare i conti con la violenza domestica e non e spesso con il femminicidio, oggi nuova piaga sociale.
Sono molte le opere con cui De Cesario affronta questi temi, tra l’altro propinate a dosi massicce dai mass-media a tutte le ore del giorno.
L’istallazione che concentra l’attenzione sulla scultura “La sposa lasciata”, apre il percorso della mostra e ad ogni opera l’artista ci pone davanti a moniti che lascia aperti spunti di discussione e di riflessione ma forse è bene che le risposte ognuno di noi le trovi nel proprio cuore, qui possiamo solamente limitarci a raccogliere il grido dell’artista che con pochi elementi catalizza l’attenzione sul gravoso problema della perdita delle persone amate.
Voltare pagina per ricominciare fa da cornice ala scultura di Giorgio De Cesario, che con tutto il suo carico di colori preziosi, nonostante il peso morale del tema con cui è stata battezzata (La sposa lasciata), in ogni caso lascia spazio alla speranza e alla rinascita, due temi che ben si accordano alla campagna di educazione sentimentale, da breve intrapresa dal Movimento “Alienismo”.
La sposa lasciata la troviamo al centro dello spazio espositivo e sovrasta la sacralità di un altare (dove un giorno ha pronunciato il suo sì) innalzato a poche decine di centimetri da terra. Poco più avanti, alcuni gradini in discesa la separano da tutto ciò che si sta lasciando alle spalle: l’abito bianco del matrimonio e con esso i ricordi di una vita trascorsa con l’uomo che adesso – al suo fianco – non c’è più.
La donna artisticamente è rappresenta in un perfetto bilico tra il passato (certo) e il presente (incerto). Il passato è rappresentato dalle pagine che hanno raccolto e raccontato le sue storie, il presente è solamente una scia di oggettini rossi che possono simboleggiare le lacrime versate o la sofferenza con cui sta elaborando il doloroso percorso che dovrà affrontare da sola. Ma potrebbe rappresentare anche la speranza di un nuovo camminato segnato da petali di rose rosse.
Molto probabilmente la scia di rosso che in qualche modo lega il presente-futuro con il passato rappresenta l’elaborazione del lutto della separazione e per quanto si possa far finta di ignorarlo o di rifuggirlo, accettare il ‘dolore’ e dargli ascolto è l’unico modo per superarlo.
Tutto sommato è una sposa che dietro di sé lascia sequele di pensieri, belli e brutti, a ricordo di un matrimonio fallito alle spalle: il passato è certo ma il futuro è solamente un fiume che non dà più acqua.  Difatti, a far da greto al passato c’è l’abito da sposa, l’abito che la donna un giorno ha indossato per recarsi sull’altare e pronunciare il suo sì, mentre adesso è pieno di vicissitudini che oramai non pesano nulla ma che forse al momento sono banali lenimenti per cicatrizzare la ferita profonda che incombe sul presente.
Con questa installazione il pensiero dell’artista denunzia la crisi del matrimonio, della famiglia e l’aumento di separazioni e divorzi, quindi rispecchia e sottolinea l’attuale “assenza” e la mancanza di “certezza” che incombe sulla testa di chi “lascia” o di chi “è lasciato”. Certo è che da entrambe le parti si sperimenta ogni sorta di amarezza e disperazione per la separazione dalla persona che per un certo periodo della vita è stata compagna o compagno di viaggio.
In fin dei conti Giorgio De Cesario ha messo in pratica il principio del Manifesto dell’Alienismo, compiendo, con le sue tele, il primo passo di quel percorso di risanamento estetico da cui prende vita una riuscita azione di rinascita.

Vedi Video: Voltare pagina per ricominciare

Vera Ambra

 

L’ALIENISMO E GIORGIO DE CESARIO
esplorazione di un percorso artistico

Era l’estate del 2011 e, immersi nel caldo cocente di quel luglio, in compagnia di Giorgio De Cesario, si parlava del compianto Eugenio Giustizieri, noto critico d’arte salentino, che era passato a miglior vita senza aver veduto nascere il movimento artistico che, insieme con Giorgio, avevano intenzione di mettere su. All’improvviso si era accesa la scintilla nella mia mente e cogliendo quell’occasione al volo feci di tutto per realizzarla. Difatti – computer alla mano – alle 12.49 del 18/01/2012, ora e giorno in cui venne registrato il dominio www.alienismo.it, nacque ufficialmente il Movimento. La scelta del nome è stato il parto più difficile in quanto doveva essere quello che potesse rappresentare il momento attuale, ossia il periodo storico che stiamo attraversando.
La scelta cadde sulla parola “Alienismo”. A dir il vero una parola che spaventa, che mette ansia, una parola da cui prendere le distanze.Tutto sommato queste preoccupazioni sono state il deterrente principale della scelta: siamo diventati altro da noi stessi e per questa ragione – attraverso l’arte – occorreva dar vita a nuove idee, nuovi progetti, a una rivoluzione culturale , anche attraverso l’uso della moderna tecnologia che oggi ci permette di compiere azioni che sino a un ventennio fa erano impensate. È trascorso quasi un anno da quel primo appuntamento che si è tenuto l’11 febbraio a Roma, la prima apparizione pubblica del Movimento, accompagnata da una copiosa nevicata che aveva coperto di bianco la capitale. Un anno che più che altro è servito per mettere in atto i propositi che ci eravamo prefissati con la firma del Manifesto. Si è lavorato sul recupero del “pensiero” attraverso la parola ed è stata avviata la campagna di sensibilizzazione sociale con l’intento di creare e sperimentare nuove forme per vivere e comunicare in modo adeguato i nostri bisogni naturali e personali di felicità. Difatti l’esigenza è nata dalla reale urgenza di aiutare e aiutarci a riconoscere il proprio sentire, oggi fortemente offeso e penalizzato da accadimenti che sempre più scadono e si tramutano in esempi pratici di violenza inaudita.
Contemporaneamente, Giorgio De Cesario – dal punto di vista artistico – ha realizzato una serie di opere pittoriche che mettono in evidenza quella perdita di equilibrio che nella nostra attuale realtà viviamo tutti i giorni e che con facilità possiamo ritrovare nelle otto tele e una scultura della sua nuova collezione. Sono un’attenta estimatrice delle opere di Giorgio, tant’è che molti dei suoi lavori fanno parte della collezione di libri che ho edito per conto di Akkuaria.
A pensarci bene, spesso mi chiedo qual è il modo in cui un artista percepisce la realtà che lo circonda. D’accordo che ognuno ha il proprio sentire e il proprio modo di rapportarsi con il mezzo espressivo, ma c’è un  denominare che accomuna tutti. E questa risposta l’ho trovata nel mondo dei bambini. Loro vedono le cose in maniera diversa perché non hanno le sovrastrutture mentali che la vita si diverte a costruire nel mondo degli adulti. Sanno sorprendersi per poco e colgono gli aspetti più genuini. Forse gli artisti sono dei bambini che giocano a fare gli adulti? Io dico che la vita sarebbe migliore se tornassimo a imparare a vedere il mondo con gli occhi della genuinità e  ad esorcizzare il lupo cattivo che alimenta le nostre paure.Credo che sia questo il percorso di Giorgio.
Attraverso le sue opere ha cercato di esorcizzare il suo lupo, di prendere le distanze dalla follia che coglie all’improvviso e fa di noi tutti delle vittime inconsapevoli della cronaca che  pubblicizza attraverso gli schermi e i giornali fatti talmente spaventosi che sembrano finti.
E allora affacciamoci nei piccoli teatri di Giorgio De Cesario per assistere alla rappresentazione fantastica di avvenimenti che nel 2012 hanno tanto colpito i nostri occhi e le nostre orecchie:
La Farfallina di Belen Rodriguez, forte elemento di gossip che segnò il Festival di Sanremo; La Donna con le Valigie, ispirato al disagio delle donne; L’Ultimo Tango, ispirato a Parolisi e alla moglie Melania; La Rinascita Maya, argomento che negli ultimi anni ha tenuto tutti con il fiato sospeso; Fiore Reciso che rappresenta la vita interrotta di Melissa Bassi, studentessa a Brindisi; La Madonna del Giglio che ripercorre il naufragio della Costa Concordia; Una Vita Spezzata, dedicata a Yara Gambirasio, ginnasta e fanciulla dai mille sogni, tutti infranti da una fine tragica;  Caecus Caeco Dux che
si ispira ai ciechi di Bruegel;ed infine La sposa Lasciata, una scultura di figura femminile con la quale l’artista denuncia la crisi del matrimonio, della famiglia e l’aumento di separazioni e divorzi.
Ognuna di queste opere è una porta che si apre nella coscienza collettiva e attraverso la gioiosità dei colori mette in risalto la drammaticità della pura follia.

Vedi Video: L’alienismo e Giorgio De Cesario

Scarica catalogo: Dall’Attualità al Fantasy

Vera Ambra

 

Dall’Attualità  al Fantasy: un progetto alienista di Giorgio De Cesario

La nuova collezione di tele dell’artista Giorgio De Cesario percorre un interessante itinerario tra i vari fatti di cronaca tanto pubblicizzati dai mass media in questi ultimi mesi. Molti “disegnatori” del passato avevano illustrato con le loro immagini gli avvenimenti più eclatanti della loro contemporaneità, soprattutto in tempi della storia in cui la mancanza dei più elementari mezzi di comunicazione lasciavano ampio spazio alla creatività di questi “disegnatori”, molto spesso artisti anonimi o noti solo agli addetti ai lavori. Come dimenticare, a questo proposito, i graffiti degli uomini primitivi, oppure le copertine illustrate della “Domenica del Corriere” in tempi più recenti? Oggi computer, televisione, macchina fotografica, videocamera ecc. diffondono immagini ogni momento del giorno e della notte ed in ogni angolo del nostro villaggio globale, tanto che alcune di queste immagini diventano molto spesso “icone” di un avvenimento. Ed è proprio partendo da queste icone che Giorgio De Cesario ha iniziato il suo percorso. La novità consiste nella trasfigurazione di queste immagini-simbolo, non una semplice riproduzione grafico-pittorica ma una reinterpretazione di tutti i dettagli, una rielaborazione fantastica tramite colore ed effetti cromatici. Ecco quindi spiegato il titolo di questa collezione: dall’attualità al fantasy. Il fantasy è un genere letterario che si è sviluppato a partire dalla seconda metà  del XIX secolo e i suoi elementi dominanti sono il mito, il soprannaturale, l’immaginazione, l’allegoria, la metafora, il simbolo e il surreale.In questo filone rientrano quelle storie di letteratura fantastica dove viene a mancare qualunque spiegazione scientifica del misterioso e del sorprendente. Dalla letteratura il fantasy si è presto esteso ai mass media, soprattutto al cinema, alla televisione, ai fumetti e, in particolare, ai videogiochi. E’ quindi dalla simbiosi e dalla osmosi di questi due mondi, la realtà dell’attuale e l’irrealtà del fantastico, che nascono le nuove opere di Giorgio De Cesario. Non mancano, comunque, tutti gli elementi che da sempre hanno caratterizzato la sua produzione: la sua tecnica inconfondibile dei volti in argilla in rilievo sulla tela, orecchini veri sui lobi dei personaggi femminili, intrecci di colori fortemente vivaci sia nello sfondo che nella rappresentazione dei dettagli.Il tutto attira ancora una volta lo sguardo di chi osserva, trasportandolo sì in un mondo fantastico, ma, nello stesso tempo, portandolo a riflettere su quello che è il mondo di oggi: uno scenario drammatico dove disagio mentale, superstizione, superficialità e ignoranza provocano tragedie inenarrabili. L’artista, uno dei fondatori dell’ “alienismo”, nuovo movimento artistico-culturale presentato a Roma nel febbraio 2012, intende quindi riallacciarsi ai principi di tale movimento, offrendo ai suoi estimatori una nuova lettura della realtà contemporanea: superarela drammaticità del contingente per ritrovare speranza e ottimismo, suggerire nuovi spazi alla fantasia per ridare respiro alla creatività, proporre al mondo nuovi colori per vivacizzare le varie tonalità di grigio della vita quotidiana.

Vedi Video: Dall’attualità al fantasy

Maria Cristina Maritati

 

“8 Marzo in Puglia” di Giorgio De Cesario

Non sono una critica d’arte. Mi occupo di crescita e di benessere della persona, quindi non ho i mezzi per esprimere una analisi compiuta dell’opera di un artista. Considero, però, l’arte la creazione più avanzata dell’uomo, come capacità di creare bellezza immortale, attraversando e trascendendo il vuoto e il dolore. Inoltre credo che questa caratteristica dell’arte possa essere applicata dall’uomo anche alla propria vita  per creare bellezza. Con questo spirito, quindi, mi avvicino all’artista Giorgio De Cesario.
Mi concentrerò solo su una sua opera, per  esprimere ciò che mi ha suscitato. L’opera è “8 Marzo in Puglia”. Essa mi è stata proposta come logo per un lavoro da me condotto sull’identità femminile a Gallipoli, proprio nella Casa degli Artisti, opera architettonica massima di De Cesario.
Appena mi è stata presentata ne sono stata entusiasta. L’ho vista proprio bella, e ho capito che questo era il segno di verità profonde.  Al centro del quadro sono rappresentate tre donne  vestite a festa, che portano in mano mazzetti di mimose. Tra di loro traspare un clima di  intesa e solidarietà. Fa da sfondo un cielo gioioso, colorato di fucsia e giallo, mentre un albero e un trullo fanno da cornice al gruppetto di donne. I tratti dei visi sembrano scolpiti, più che dipinti. Visi sobri, quasi malinconici, abbelliti appena da qualche monile. Occhi neri e profondi, fronte ombrosa. Le labbra sono l’unica parte di questi volti in cui compare il colore, un pallido rosa. Labbra che non sorridono,  leggermente contratte. Un senso di inquietudine mi comunicano questi volti. Anche le teste sono bianche e grigie, quasi di pietra, calve. Queste donne  hanno rinunciato all’incarnato e ai capelli, simbolo di morbidezza e di seduzione, ma anche di forza. Hanno teste scarne ed essenziali, troppo grandi, forse, per i loro colli sottilissimi, allungati come corde tirate.  Teste pesanti da  reggere se tra testa e cuore il passaggio è così stretto ed esile. Mi comunicano gravità e dolore.
E se tutto ciò, mi chiedo, fosse il simbolo, espresso finemente dall’artista, di ciò che la donna è oggi e nello stesso tempo un invito ad andare oltre? Queste donne di De Cesario mi aiutano a prendere coscienza delle  parti dure e dolenti del femminile “artisticamente” (cioè non vittimisticamente, ma spingendomi all’azione)  mi chiedono di scioglierle, con amore, in un flusso caldo che riempia e sostanzi quel canale stretto, che dalla testa porta al cuore. De Cesario suggerisce che nella donna (ma anche nell’uomo) testa e corpo, ragione e cuore, bellezza e intelligenza aspettano di essere  integrati. Il dolore di queste donne, trasformato in  rivoli di consapevolezza e di accoglienza, può essere trasceso e diventare luce. Luce che si diffonda morbidamente sul colore e la bellezza già esistenti tutt’intorno, e possa dare inizio così a una nuova festa, a una storia e a una nuova Bellezza.

Danila Giuranno

 

Burqa:” identità alienate e nascoste” di Giorgio De Cesario

Già questo titolo presenta un chiaro riferimento al movimento alienista, di cui De Cesario è cofondatore, nato ufficialmente il 12/02/2012 in una Roma innevata e nella sede della Società Umanitaria. Tutti conosciamo burqa e chador, niqab e hijab, tipici paludamenti del mondo femminile islamico, indossati talvolta con convinzione, talvolta per dovere. Ciò nonostante, le donne dell’Islam conservano il loro fascino. Un fascino percettibile dallo sguardo che spesso si intravede dalle fessure all’altezza degli occhi. E’ proprio questo fascino che De Cesario vuole sottolineare nelle sue tele: sguardi vividi e vivaci che si insinuano per irretire chi guarda.Nonostante veli e velature, gli occhi di una donna rivelano sempre il suo mondo interiore fatto di sentimenti e sofferenza, di consapevolezza e identità. Le donne islamiche di oggi infatti, pur conservando in molte circostanze l’abbigliamento delle loro antenate, hanno superato molti tabù del passato ed hanno imparato ad “alienare” agli altri le proprie emozioni, trasformando i propri veli in un simbolo di libertà.

Vedi Video: Burka identità alienate e nascoste

Maria Cristina Maritati

 

I Sintagmi dello spirito di Giorgio De Cesario

“Con Giorgio De Cesario, gli Ufo, gli Et, gli alieni, i marziani sono già tra noi, nelle case, nei giardini, nei laghi, nei prati, tra gli alberi e il sogno. .

Ed ecco che sullo sfondo di paesaggi, o situazioni cromatiche splendide e molto raffinate, vediamo muoversi questi esseri incolori, glabri, col collo allungato, che  fanno l’amore, ballano, gioiscono, meditano, si bagnano, si disperano, esattamente come noi; in realtà  gli alieni siamo noi, ci dice De Cesario, con quella  visione profetica anticipatrice degli eventi, che è propria degli artisti; ma  le sue non sono realtà, ma solo simboli, sintagmi dello spirito, figurazioni di pensiero, striature di luce bianca e di libertà, che levano l’ancora erubescente della notte e vanno in giro, un lungo viaggio in cerca forse di nuovi spazi per l’innocenza , nuovi mondi , nuovi cieli, nuove speranze…”

Augusto Benemeglio

 

La Poliespressività di Giorgio De Cesario

L’operato figurativo di Giorgio De Cesario, abituato da sempre alla interdisciplinarità espressiva, trova spontaneo sustanziarsi in forme piane e lineari come in forme materiche e in rilievo.

Ciò che risalta all’occhio ad un primissimo excursus sui suoi lavori è un primitivismo pittorico fortemente simbolico dove i contorni racchiudono perimetrie di un’anima barocca densamente decorativa, coloristica e umorale.
Qui il dedalo segnico attolle l’ambiguo esistenziale a vertici onirici difficilmente imitabili.

Qui si giuoca la significanza, qui si incolora la complessa identità di De Cesario che come il silvico dio Pan fa vibrare intorno a sè tanta più presenza di verde floreale quanto è più grande la sua voglia del momento di nascondersi,rifugiarsi nell’angolo più fresco, mimetizzarsi con l’intorno nel tentativo affabulante di mòlcere una inemendabile “Paura di vivere” e di apparire, anche se coscientemente percepita come necessario passaggio da consumare per poter transitare verso l’essere più maturo.
Come si costata, con questo tipo di opere, siamo molto lontani dalla candida ingenuità illustrativa di un Henri Rousseau, detto il Doganiere, anche se un certo modo di dipingere il paesaggio vegetale a larghi steli lanceolati richiama la esoterica e famosa “Incantatrice di serpenti”.
Nulla di Giorgio De Cesario è edemico o bucolico, perchè egli è figlio diretto dei nostri tempi che andiamo vivendo.

Egli ha filtrato storicamente, perchè culturalmente preparato, le ansie e le inquietudini surrealiste di un Max Ernest, le composizioni solenni e ieratiche delle grandi figure bizantine, l’espressionismo africano ed orientale, e, attrezzato di tutti gli elementi operativi grafico – contemporanei, ha assimilato antichi e nuovi simboli mentali come archetipi di possibile traduzione iconica, la più elementare e basilare mai realizzata.
Tutto questo per filosoficamente ammantare con forme accattivanti e con cromatismi esasperati una vita odierna che molto spesso nutre in sè lo spessore mucillaginoso e solipsistico dell’incomunicabilità.

Al di là di tutti gli estetismi e le apparenze cineramiche e fantastiche di questa società monitorizzata, al di là di tutti gli artifici stilistici per dirci felici nell’obbligo del “possesso” nevrotico a tutti i costi, di noi, dentro e fuori, rimane spesso e permane troppo spesso una sostanziale terribile “solitudine”.

Fanno testimonianza di ciò molte immagini emblematiche di De Cesario, nelle quali fra la superficie intesamente decorativa si fa largo, risaltante nel biancore esistenziale, candida dopo una rigenerante “Procreazione” la silhoutte purificata della creatura.
Verità, ovvero della invenzione figurativa più clamorosa del nostro. Questa figura di una purezza ermafrodita imparagonabile si stacca dal piano, vissuto dei comuni, e stagliandosi prepotentemente alla vista, si propone alla vita come coscienza di sofferta partecipazione cristiana (vedi “Il Crocefisso”), facendosi carne e materia di “Madre con figlio”, realizzandosi nel “Ritratto” fra anonimi in un atteggiamento espressivo statuario, sacrale, deificato ma umanamente coinvolto in quello che Heidegger chiama lo scotto dell’essere e del sentirsi identità precisa, singolo fra i consimili, pensiero che richiama esistenza, responsabilità, nudità dell’anima.
Giorgio De Cesario rappresenta de facto, con queste opere, un ponte culturale tra inquietudine dell’anima occidentale e mitteleuropea così verticalmente protesa ad un controllo sempre più razionale del significato di Persona e l’emotività effervescentemente cromatica dell’anima orientale e mediterranea ricca di sensualità vitale, pregna di gioia barocca ed istintuale.
Qui sta l’essenza di questa pittura d’autore: in questo contrasto tra l’edonismo del fondo e la tensione morale del protagonista.

Giuliano D’Elena

 

Materismo e colore immaginifico: l’arte di Giorgio De Cesario

Volti in rilievo e tesi nella contemplazione del mondo circostante, corpi flessuosi, quasi felini, forse in attesa di essere fotografati dall’occhio della mente di chi li guarda, il tutto su uno sfondo decorato dove il colore assume nuove sfumature ed intensità inquietanti.

Questa è l’arte di Giorgio De Cesario, un’espressione nuova eppure antica se consideriamo i particolari, la nettezza dei tratti, lo studio del colore.
I volti in rilievo, i giochi cromatici sottolineano i soggetti delle tele che non sono solo di origine filosofica, come ad esempio “Sacro e profano” e “Paura di Vivere”, ma molto spesso riguardano temi e problemi di attualità come “La Depressa”, “Gli Extracomunitari”, “La Cometa di Halley”.
Filosofia e realtà che si compenetrano, che parlano a chi osserva e nello stesso tempo lo lasciano libero di interpretare, di fantasticare, di perdersi in pensieri da tanto tempo persi di vista per ritrovare infine se stessi nella mente, nel corpo e nell’anima.

Vedi video: Materismo e colore

Maria Cristina Maritati

 

Arte come espressione pittorica, decorativa, materica e grafica

Giorgio De Cesario è un artista poliedrico che sfrutta al massimo le sue conoscenze nei vari campi in cui opera (architettura, arredamento, design, grafica, fotografia, pittura, scultura) per farne elemento fondante della sua arte intesa come espressione pittorica, materica, decorativa, grafica.

Ogni sua opera è caratterizzata, infatti, dall’amalgama di elementi decorativi e grafici con elementi sculturei rappresentati per lo più da volti in argilla di colore bianco, all’apparenza inespressivi, emaciati, corrosi dal tempo, che balzano dalla tela sovrapposti su colli lunghi e lineari con l’orecchio ingentilito da un orecchino che richiama la simbologia egiziana in cui quello destro riceve il soffio della vita e il sinistro quello della morte.
Sono per lo più volti e corpi di donna, colti nella loro eroticità e nella loro quotidianità, che incarnano l’attualità del nostro tempo, tasselli di una realtà vera e, nello stesso tempo, immaginaria che De Cesario vive e si costruisce con intesità da ben oltre quindici anni.(E’ il duale che traspare da tutte le opere).
Epoca in cui, abbandonati Caravaggio e Giorgione (i due artisti che hanno inizialmente influenzato la sua pittura e di cui ancora si sente la presenza dell’utilizzo dei chiaro scuri)dà una svolta alla sua ricerca con l’impiego di tecniche nuove e diverse con un’opera “La Procreazione” in cui il personaggio è un bambino con il volto in rilievo,con una faccia amorfa, con il collo lungo in primo piano, che ha segnato l’abbandono dei volti e delle donne stilizzate. Un’opera nata spontaneamente, senza alcun progetto alla base.
De Cesario, quasi in trance, guidato da una mano esterna, incomincia il suo cammino, con questo personaggio dalla “faccia da morto” che va a “colpire” tutti i problemi fondamentali della nostra società.
Anche se i volti, i personaggi, a prima vista, non sono normali e sembrano non essere reali, osservandoli attentamente si scopre che ogni volto ha la sua espressione in funzione dello scopo per cui è nato e si ricollega con la realtà attraverso la ricerca dei colori che rimandano all’impressionismo e all’espressionismo per collegarsi al romanticismo,mentre il sistema di ricerca pittorico-decorativo e grafico richiama il dadaismo.
Ed anche se non emerge con chiarezza il legame con il cubismo la ” donna dagli otto volti” fa preludere ad una estensione anche in questo campo.
Non una pittura, quindi, fine a se stessa, ma la pittura che ci trasmette un messaggio che viene da lontano. De Cesario, quando produce si apparta dal mondo per vivere nel suo mondo, in quel mondo che egli si è immaginato, dove attorno ad un tavolo banchettano molte persone, che vivono da tantissimo tempo e che non hanno una loro forza espressiva, che però viene data da lui. Praticamente de Cesario é il burattinaio che muove i fili della loro storia. Sta facendo vivere questi personaggi. E non soltanto. Li fa vivere con ironia, non con tragicità.

Vedi Video: Arte come espressione pittorica

Biagio Praticò

 

Il simbolismo del sogno nell’arte di Giorgio De Cesario

” Fluenti e morbide linee definiscono esili corpi immersi in una dimensione onirica. Si tratta della raffigurazione di una realtà celata dietro volti realizzati come raggelanti maschere in cui si concentra tutto il potere espressivo di una densa comunicazione spirituale. I volti in rilievo, densamente materici, contrastano e sublimano la forza del diffuso decorativismo lineare sottolineato drammaticamente e in maniera quasi ossessiva da figure serpentinate. È evidente il riferimento al simbolismo del sogno e alle inquietitudini surrealiste che De Cesario rivisita attraverso un linguaggio figurativo immediato che gli permette di registrare dolentemente una drammatica realtà sociale.

Paola Bernardi

 

Solitudini nell’arte di Giorgio De Cesario

“Solitudini” , il titolo che l’artista ha scelto è la chiave di volta che permette di entrare nel suo mondo pittorico. Un mondo fatto di solitudini, malgrado l’epoca attuale rappresenti l’apice del campo delle comunicazioni. La sensibilità dell’artista vuole mettere in luce il profondo senso di smarrimento che alberga nel cuore dell’uomo moderno, sopraffatto sempre più dalla paura di sognare, di entrare in sintonia con l’altro e di comunicare. Nonostante le copertine patinate dei mass media vogliano trasmettere l’idea di una reale felicità collettiva, malgrado la diffusione capillare dei cellulari che consentono di raggiungere tutti, anche negli angoli più sperduti del mondo, le trasmissioni satellitari che annullano le distanze geografiche, il grande mondo della rete di internet…nonostante tutto questo, c’è un grande senso di solitudine, proprio come recitava il grande Salvatore Quasimodo. Ma come il poeta riconosceva l’esistenza di un raggio di sole che trafigge ma illumina, così per Giorgio De Cesario l’arte può essere il mezzo che rivela la sofferenza, ma proprio nella sua rivelazione traccia una strada per poterla superare. Allora ecco che volti di argilla fuoriescono dai dipinti, dove il vero protagonista risulta essere lo sfondo con i colori variegati e pieni di energia rappresentanti tutta la vitalità della natura, la sola in grado di colmare, forse, quel vuoto che sentiamo di avere da qualche parte. (da Leccesera, 20/21 aprile 2002)

Antonietta Fulvio

 

L’essenza della pittura nell’arte di Giorgio De Cesario

Un omaggio all’arte di Giorgio De Cesario

Roma, 04 Giugno 2001

Innovazione.
Nuova tendenza.
Volti d’argilla
spettrali,
ma dolci,
comunicativi.
Essenza di figure
trafugate da grotte
primitive,
reinterpretate
da minuziosa
ricerca cromatica.
Inquietanti personaggi
insorgono;
tristi e dignitosi,
timidamente
implorano
aiuto e solidarietà.
Famiglie consacrate
da riti ancestrali.
Bagliori
di luce di libertà
dell’arcaica
cultura contadina.
Luce
Colore
Linee
Ricerca e Comunicazione
L’essenza della pittura
di Giorgio De Cesario

Maddalena Caruso

 

 

TEORIA DEL GESTO NELL’ARTE DI GIORGIO DE CESARIO

…e immagini s’inseguono
nelle profonde crepe
dei vicoli dove la luce
non accende i colori
sbiaditi dalle piogge acide
obliterati lungo i muri
per sovrapposizione
su intonaci graffiati
da mozzi duri e frettolosi
tra sfioriture d’umido
che fanno riaffiorare
brandelli di messaggi
dai nitidi caratteri
estraniati ma attraenti
commisti a grafie
di amanuensi disperati
solo annoiati a volte
coatti spesso inconsapevoli
del grigiore che impiomba
nel transito di vite opache
i toni forti che distinguono
le linee suburbane
nella perpetua luna piena
e livida dei neon
che nell’attesa posticipa
l’alba di un sole eclittico….
nel tratto nella forma
segno colore
o geroglifico che sia
il tempo sfuma
le idee solo ammodate
resta il concetto
come sinopia indispensabile
spesso da decifrare
ma che s’impone alle menti
dal pensiero più libero

Francesco Mandrino

 

 

LE SOLITUDINI DI GIORGIO DE CESARIO

” Ognuno sta solo sul cuor della terra
Trafitto da un raggio di sole:
Ed è subito sera”.
S. Quasimodo
Ognuno è solo, nonostante tutto. Nonostante le copertine patinate piene di glamour che i mass media ci ammanniscono, la solitudine regna sovrana nel cuore dell’uomo moderno. Ognuno ha la “sua” solitudine: è questo uno dei tanti messaggi che le opere di De Cesario vogliono trasmettere. C’è la solitudine del sognatore ( ” L’isola che non c’è”) e la solitudine di chi è stanco e malato (” La depressa” e ” Gli anoressici”); c’è la solitudine di chi ha paura (“Un brutto sogno”) e di chi è discriminato e umiliato (” Sedotta e abbandonata”); ed infine c’è la solitudine di chi è incapace di comunicare col prossimo (” Icaro” e ” Solipsismo”) ed è questa la forma più grave, la vera condanna dell’uomo del terzo millennio. Nonostante il proliferare dei mezzi di comunicazione, l’uomo non è mai stato tanto solo quanto oggi e la meccanica, l’elettronica, l’informatica con la loro freddezza e i loro bip non estinguono l’aridità, il “non aver nulla da dire” che caratterizza la nostra vita quotidiana. Ma i personaggi di Giorgio De Cesario, così solitari e stanchi, parlano con noi tramite l’espressività del loro volto d’argilla e soprattutto ci parla l’atmosfera colorata e piena di vita che li circonda. “Ognuno è solo”, dice Quasimodo, ma anche lui riconosce l’esistenza di un raggio di sole che trafigge sì, ma illumina e alla sofferenza dei personaggi si pone come contrappunto lo sfondo cromatico vivo e palpitante, variegato e pieno di energia. E’ un raggio di sole che trafigge ma forse la forza della natura può colmare la nostra solitudine e colorarla , nonostante tutto. E’ subito sera nella vita di ognuno, ma anche la sera ha i suoi colori, e i suoi coriandoli di luce possono dare la gioia di vivere, nonostante tutto.

Maria Cristina Maritati

 

L’ESSERE ALTRO DI GIORGIO DE CESARIO

” L’Essere altro… l’Essere altrimenti… l’Essere altrove, sempre e comunque l’Essere, la cui impalpabile quintessenza, aldilà dei giochi di parole, continua ad impegnare le menti filosofiche di tutti i tempi. Una “Crocifissione” moderna quella di De Cesario che vede il povero cristo dei luoghi comuni messo al muro dall’onnipotenza della donna di oggi, sempre alla ricerca di Essere Altra a tutti i costi. Una “Donna allo specchio” invece, nonostante la sontuosità dell’apparenza, indaga sulla propria identità virtuale nel vano tentativo di Essere Altrimenti. E poi il “Turista a Firenze”, l’uomo e la propria ombra, l’uomo e l’Arte, l’uomo con il suo desiderio di Essere Altrove. Ed ancora “Un Sogno Infranto”, il fallimento forse della ricerca individuale dell’Essere: la sua insostenibile leggerezza ha le ali tarpate dagli artigli del Male. E per finire un divertissement dell’artista De Cesario, “Ofelia non è pazza”: è chiaro il riferimento a Shakespeare, ma qui l’artista è in balia del proprio spiritello della creatività, una specie di silfide che è il proprio alter ego. L’Essere Altro, dunque, in tutte le sue sfaccettature e in tutte le sue possibilità, superando il dualismo manicheo del bene e del male e raggiungendo così nuovi equilibri di forme e colori.

Maria Cristina Maritati

 

NUVOLA, L’ARTE DI GIORGIO DE CESARIO

Le tue mani nelle mie
nascoste in una nuvola,
i pensieri infilati
da un filo di sole.
Momenti d’emozioni.
Nascono voglie,
nascono desideri,
vivono sogni.
Ti voglio stringere,
pelle su pelle,
fuoco contro fuoco,
passione contro desiderio,
complicità contro peccati,
luce contro buio.
Ho voglia,
voglia di te,
di sentirti sparire,
di sentirti rinascere
oltre la mia pelle.
La tua voce
entra in me,
la tua pelle
si posa sulla mia.
Scopri, penetra, sviscera,
troverai il tuo mare,
il mio mare,
troverai il mio cuore
dentro una nuvola
tra le tue mani.

Roberto Perin

 

MASCHERE, SENTIMENTI E COLORE DI GIORGIO DE CESARIO

La felicità non è evidente, sembra che Giorgio De Cesario voglia dire. I personaggi sono bianchi fra armonie cromatiche molto belle. Inoltre, essi sono plasmati come se avessero delle maschere, ma neppure queste riescono a nascondere la loro inquietudine, la loro difficoltà di vivere.
Sono bianchi (senza colori, o di tutti i colori?) in un universo ricco di colori,forse perché l’artista lascia allo spettatore la libertà di scegliere il suo colore; inoltre l’apparenza dissocia questi esseri dalla realtà : non sono capaci di comprenderla, e si fabbricano una maschera (che non nasconde i loro sentimenti, lo ripeto).
Forse il loro spirito (dissociato dal corpo e dalla realtà esterna, cosa che spiega questi colli lunghi), è di una natura diversa dalla realtà “tangibile”.
Nel lavoro di De Cesario credo ci sia tutto questo. Soltanto il suo autoritratto è differente: egli è soltanto bianco e “oggettivo”; gli altri sono neri: sono quindi l’incognita perfetta. Ma forse mi sbaglio sulle sue intenzioni.
La libertà che lascia la sua arte implica ugualmente quella da sbagliarsi.
Ne sono, in ogni caso, sedotto.

Emmanuel Mons Delle Roche

 

IL MESSAGGIO ICONOGRAFICO NELL’ARTE DI GIORGIO DE CESARIO

” Il pittore non deve soltanto dipingere ciò che vede davanti a sé ma anche ciò che vede in sé (…)”.
Questa frase, scritta da Hespar David Friedrich, sembra calzare a pennello alla poetica pittorica di Giorgio De Cesario.
In essa infatti,ciò che il pittore vede, studia, analizza e riproduce “in sé”, nel suo subconscio, lo esprime attraverso le forme dell’Arte.
Scavando nella sublimità del sogno, desidera condurci, attraverso una iconografia intrisa di particolari simbolici, ad una lettura meditata, riflessiva della realtà sociale di oggi.
Crea così un vero e proprio apparato di immagini, fatto di cose apparentemente inutili in cui è facile che l’osservatore inesperto si perda.
Un apparato in cui forme, colori, volumi ed oggetti, costituiscono una sorta di corredo che vuole, con l’uso di vari elementi, aprire le porte a una comunicazione concettivistica, fatta anche di esplicitazione e di ermetismo. In queste opere, si trova una delle “essenze” dell’arte contemporanea: la ferma volontà di condurre chi osserva lungo un “cammino della scoperta”, a sommare i vari messaggi ed elementi (spesso celati da particolari tecniche), per giungere alla definizione del contenuto generale.
Un contenuto che è, quindi, il gioco di tante piccole e importanti sfaccettature che danno, alla fine, un insieme unitario.
Per certi versi, ad un’analisi più attenta, non si può prescindere dal valore che, in questo tipo di pittura, ha la conoscenza dell’evoluzione storica contemporanea.
Certo è evidente un riferimento al simbolismo del sogno, che fonda le proprie radici in Freud e che si manifesta poi in Dalì.
Ma ciò che distanzia De Cesario da un recupero del Surrealismo puro e fine a se stesso, è il continuo riferirsi alle problematiche sociali, in maniera non celante ma esplicita, reale.
Il dottismo accademico, pur influenzandolo, non contrasta il modo e il momento dell’espressione.Lo rafforza invece, determinando un solido fondamento cognitivo.
La cognizione diviene il fulcro dell’immagine stessa.
Con l’atto del sapere e del riflettere, egli giunge a soluzioni spesso inaspettate ma di chiara essenza dimostrativa.
Ogni opera comunica, dimostra appunto, ciò che l’uomo-artista riflette e, con l’azione dell’iconografare fa sì che, ciò che è immagine e contenuto, diventi patrimonio universale.
L’iconologia, dal canto suo, è così lo strumento spesso utilizzato per raggiungere un fine specifico: quello di portare, ancora una volta l’osservatore, pian piano lungo il tragitto (spesso tortuoso, perché particolari alle volte sono alcune tematiche) del comprendere ed immagazzinare il messaggio.
In questo contesto, assumono un valore le rappresentazioni e gli elementi della rappresentazione! De Sanctis scrive: “La forma non è a priori, non è qualcosa che stia da sé e diversa dal contenuto, quasi ornamento o veste (…) o aggiunta di esso; anzi è essa generata dal contenuto, attivo nella mente dell’artista: tal contenuto tal forma”.
Così il collo lungo e sottile (da non confondersi con quelli di Modigliani) e la struttura morfologica dei volti, divengono il simbolo di una nuova visione e di un nuovo concetto di uomo: accentuando le deformazioni fisiche, De Cesario, delinea una nuova formazione mentale.
Innalza il concetto, secondo il quale, il pensiero, la meditazione e la razionalità sono i mezzi per comprendere i drammi reali che, innumerevoli volte, scaturiscono da “esigenze” prettamente materiali, dalla smania di vanità, dall’edonismo individuale.
Questi ultimi elementi sono sintetizzati nella presenza, spesso ossessiva, dell’orecchino che, in quanto gioiello, ornamento, è l’elemento che lega le “perversioni egoistiche umane” ai drammi sociali di cui gli stessi personaggi che poi indossano, pieni di fascino, questi monili, sono gli interpreti.
Scendere nel particolare è come immergersi in una qualsiasi situazione sociale di cui, ad esempio, la “SCULTURA MULIFACCE” è una chiara esplicitazione.
Ma non è l’unica : è lunga la carrellata e, grazie ad essa, si incontrano “LA DROGATA” che, chiusa in un supplizio interiore (notabile perché la sua figura è tagliata da un contesto più largo, con un serpente che la cinge, quasi fosse una odierna Cleopatra), cerca di “sfogarsi” attraverso una sessualità dichiaratamente gratuita; “GLI ANORESSICI” che, nella loro ricerca di ideale estetico, ridono invece per la decadenza dell’UOMO come essenza pensante; “SACRO E PROFANO”, in cui si raffigura il momento del trapasso, e tanti altri ancora possono essere gli esempi. Quello che più ci colpisce, è che ogni opera è un “luogo di analisi” non superficiale ma meditato, è un momento di riflessione e, nel contempo, il centro di un dibattito che facilmente si può instaurare tra ciò che è esposto e chi osserva.
L’arte, a questo punto, assume il significato più elevato: quello cioè di divenire attività spirituale e materiale, tramite la quale l’uomo esprime con immagini, belle purchè utili con la loro comunicazione, il proprio mondo interiore, fatto di realtà riflettute grazie alla sublimazione della finzione, del concettivismo, del messaggio iconografico.

Domenico Salamino

 

IL CORPO
dedicato All’opera Donna allo Specchio di Giorgio De Cesario
Di Diana Moscatelli

Occhi di specchio
Di cellule aggregate
È fatto il tempo
Nel vuoto interstiziale
Si nasconde il dolore

SCRITTO SUL CORPO
dedicato All’opera Donna allo Specchio di Giorgio De Cesario

(Pervye svidanija, in A. A. Tarkovskij, Poesie scelte , Milano 1989),
traduzione di G. Zappi

viaggio negli enigmi e nelle profondità del desiderio
“Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.

Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e – Dio mio! – tu eri mia.

Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s’empirono veramente
di senso, e la parola tu svelò
il proprio nuovo significato: zar.

Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca – quando,
come a guardia, stava tra noi
l’acqua ghiacciata, a strati.

Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
città sorte per incantesimo,
la menta si stendeva da sé sotto i piedi,
e gli uccelli c’erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…

Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.”

Primi incontri.

Di Diana Moscatelli

 

(CALENDARIA ROMERIO- POESIA INNAMORATA E SOLA)
dedicato All’opera Donna allo Specchio di Giorgio De Cesario

Questa notte mi avvolgerò
nel bianco candido delle tue pagine.

Bacerò l’ardore del tuo respiro
il silenzio fra le righe
nelle linee senza punti di ritorno.

Perderò il senso delle frasi e del destino
camminerò persa nel linguaggio
ed afferrando l’inchiostro
dipingerò corpi follemente innamorati.

Ma non ti troverò,  amore mio.
La fame non divora il desiderio di riempirsi
ricorda solamente l’esistenza delle membra
il sangue che circola e ferma il corpo.

Irriconoscibile di fronte a me.

Calendaria Romerio

 

LE ENIGMATICHE TRASFORMAZIONI FIGURALI DI GIORGIO DE CESARIO

Il nodo pittorico che si svela nei dipinti-sculture di Giorgio De Cesario verte con evidenza percetti-va e realizzativa nella conquista della plasticità. Le sue figure, nello studio dell’anatomia del corpo umano, acquistano una nuova linfa di significato, sia spaziale che allusiva. Ed è con queste premes-se culturali e psicologiche che devono essere letti i sintetici dipinti del pittore e scultore G. De Cesa-rio.
Le sue forme pittoriche e scultoree sono plasticamente nette, definite con un intendimento scul-toreo, ma in esse l’aspetto che maggiormente affascina è l’organico slittamento figurale dello spazio del piano nei suoi volti di porcellana, una interpretazione metafisica del corpo, del suo rapporto con l’anima.
Lo spazio in cui le figure sono presenti è chiaramente interiore, un puro fondale senza ca-ratterizzazione prospettica o fisica.
Il colore, dalle tonalità pastello, verde acqua, azzurro, nel suo potenziale a volte mono-cromatismo, annulla ogni effetto di plausibile realismo.
La spinta artistica di Giorgio De Cesario origina e si orienta da quello che esprime di necessità l’epoca contempora-nea. Vale a dire di penetrare la realtà nel contesto di una interrogazione osmotica in cui la mente umana stabilisce un diretto rapporto con l’oggetto del costume e la natura, addivenendo ad una sin-tesi cognitiva che motiva il caso particolare del soggetto specifico con l’insieme dell’universalità poetica.
L’arte moderna subisce una radicale trasformazione dovuta, da una parte, alla stilizzazione lineare della figura ridotta a spigoli, e dall’altra, all’avvicinamento delle culture artisticheafricane che fungono da confronto e da riferimento cui guardare come modello nella nuova estetica proposta da Pablo Picasso e delle avanguardie artistiche del primo Novecento.
Il pittore Giorgio De Cesario non ha mai aderito ad alcun movimento codificato, perché segue una propria strada istintuale. Il suo dipinto “Il nudo allo specchio” diventa un monumento alla figura, pur avendo come debitore Amedeo Modigliani ed altre parentele. Del resto, l’arte precede così le strane coincidenze prendendo spunto per creare nuove forme diverse. L’enigmatica deformazione delle sue figure, di valenza “espressionista”, penetrano le contraddizioni della vita nell’attuale ciar-pame odierno della decadenza umana, per affermare una ricerca di sicurezza che, consapevole o meno da parte del pittore, determina il suo evento artistico come fatto di consapevolezza tra la men-te e la materia, tra il desiderio e il tempo dell’attesa. Una pittura, quella di Giorgio De Cesario, di condensata energia, un affascinante ed evocativo viaggio nel corpo e nella mente del pittore, in cui la sensibilità della poesia emerge con pronunciata e lucida intensità.

di Max Hamlet Sauvage

LA CASA DEGLI ARTISTI

Casa degli artisti su un dardo di fuoco
scorri dolce,
costruito rogo del coraggio
segui il lungo filo del mio cuore delicato
che da oriente a occidente vede tutte le stelle.
L’ anima si agita d’ amore,
negli sguardi la gioia di vedere cose nuove
attraverso le nostre ombre
che brillano nella notte come tacita speranza.
Di te, emersa dall’ incanto di un mattino
tra l’ eterno e l’ effimero d’ un cielo puro,
rubo il volo celeste e d’ oro
in cui si può bere a lunghi sorsi.
Casa della memoria che percuote il cuore,
che piange, graffia e ride nel mondo,
dispiega il tesoro di carezze profonde
nelle sere illuminate dall’ ardore della vita.
Un braccio di mare ti guarda
al bel sole immortale e severo di qui.
Da queste porte vado nel mistero di Leonardo,
comprendo silenzi e pensieri nell’ aria.
Più in là le note di Bach sulla soglia
bagnano inattese il destino
e subito la nobile grandezza del Canova
danza e resiste nella vertigine degli anni.
Fremono i colori sul ciglio dell’ abisso di Van Gogh,
giallo e blu si aprono sulle geometrie di Mondrian,
penetra il vetro la fuggente luce di D’ Annunzio,
volteggia, senza rimorsi nel piacere.
Qui ogni stanza infiamma il silenzio
forte e dolce, è favola il mio sogno,
splendono di lampi Maria Cristina e Giorgio
specchi profondi che si consumano in maschere d’ argilla.
Di te, carne dei nostri giorni è la vita
che non muore in frane e in onde.
Tu rimani, raro fiore, solitario a guardare
forme d’ angeli di un’ altra quiete.

Vedi i video: La Casa degli Artisti (prima parte)  La Casa degli Artisti (seconda parte)

di Eugenio Giustizieri

 

GIORGIO DE CESARIO : IL VOLO NEGATO

Quando si ha il coraggio di esplorare la propria vita, allora si può guardare anche a quella degli altri e soffermarsi, con uguale, dolorosa naturalezza sulle ferite aperte, sulle piaghe che mai potranno rimarginarsi e su bocche spalancate che annunciano nascite e morti.
E’ questa straordinaria sincerità morale a rendere emozionante ed incredibile la produzione artistica di Giorgio De Cesario. E’ una storia a ritroso, dipinta e scolpita dall’oggi allo ieri, scavando oltre le radici insospettate dell’infelicità del presente. Alla fine, nulla resta della storia dei volti e delle maschere, a parte la memoria di una sconfitta necessaria. Su questa sconfitta si  apre la ricerca dell’artista. Con crudele semplicità la composizione ne elenca i termini mediante le applicazioni e manipolazioni di  oggetti tratti dal passato.
Già, il passato. Il pensiero può permettersi di andare a ritroso, di scavare nei gesti, negli sguardi di un volo negato, nelle parole di un giorno, di un anno, di una vita precedente. Non è un banale flashback, quello scelto dall’artista. Sono frammenti selezionati in ordine inverso, dal più vicino al più lontano, per scoprire come tutto è iniziato e poi concluso. L’emozione più forte è vedere, in entrambi i casi, la teoria alla prova dei fatti, l’intuizione che diventa linguaggio, la sperimentazione che crea un nuovo mondo di immagini, in grado di essere captate da ciascuno.
De Cesario coglie il mondo alla sprovvista, usa il frammento per scardinare una realtà ancora più vera di quella che appare nel quotidiano. Così continuamente si ricrea la funzione metaforica del linguaggio, figure di uomini vuoti, impagliati che hanno commesso l’errore di credere che il progresso proceda in linea retta. Ma hanno preteso troppo, hanno voluto mordere un boccone troppo grande per le loro bocche. Così, da un’esistenza in technicolor, dalla conoscenza attraverso gli eccessi, dalla libertà radicale, sono passati di colpo alla sconfitta.
E’ una sconfitta che l’artista racconta con impeto ed energia, ma anche con una meravigliosa serenità, quasi infantile, e una profonda sensibilità psicologica, concretizzando l’impressionante capacità di restituire il clima della nostra epoca e i sussulti del cuore di personaggi ricchi di sfumature, di slanci, di cammini intrapresi e mai interrotti.
La sua è epopea avvincente che, nonostante tutto, trasuda voglia di vivere, rimpiange tutto ciò che c’è da rimpiangere, senza evitare di affondare la lama negli errori e nelle ingenuità dei nostri anni.Troppo frettolosamente messi in archivio. Intensità, vicinanza, dolore, solitudine e compostezza rappresentano le coordinate di una umanità che esiste, e crede, e spera, e si arrende. Senza far rumore, col grido che resta sospeso
in gola.De Cesario centra il bersaglio del silenzio e, all’astuzia dei potenti, degli accademici, delle ideologie, contrappone l’attesa della rivelazione del reale, la sua infermità, la sua complicità con gli uomini semplici, la sua attenzione all’ignoto, dentro e fuori di sé. Tutto è pervaso da uno spirito misterioso e visionario; un impalpabile filo rosso aggrega i cieli evocati di un qui e di un altrove sconvolti e, con insolita semplicità, lancia il suo messaggio all’osservatore senza eccedere in retorica, in una sorta di gioco illusionistico che non può che lasciare sgomenti.
E’ la storia che lacera l’uomo in fantasmi e lascia affiorare le debolezze di un’emozione irripetibile e, a tratti, selvaggia. E’ il silenzio di voci smorzate che lascia affiorare la debolezza umana, la sua vulnerabilità, la sua sofferta fantasia, fino ai presagi di morte. Il destino di chi è santo e dannato, angelo e demone.

di Eugenio Giustizieri

 

GIORGIO DE CESARIO. “L’ESSERE CHE (NON) C’E’.”

Leggendo con gli occhi del cuore – non certo del critico, quale io non sono e che, spesso, cuore non ha –  sono entrato in punta di piedi incontro alle opere di Giorgio De Cesario e ne ho ritrovata tutta quella forza antica di chi l’arte l’ama (come me) e la rispetta (come pochi).
Ho guardato più volte dentro ogni sua opera notando la cura (di certo interiore) che l’uomo poneva nel non essere altro che sé, l’interno del sé.
Tralasciando per il momento la descrizione formale che ne prevede (o indica) il come e il perché, De Cesario è consapevole che, per potere inventare ed essere diverso dagli artisti che ama, basta amarli (senza farli maestri o santi) e vedere con gli occhi propri gli stimoli, la forza che ogni autore amato ha trasferito nella sua vita, negli studi, nel lavoro e, soprattutto, nell’immaginazione.
Se ama i lunghi colli di Modigliani li fa propri, o le donne ferite di Klimt noi, che con gli occhi guardiamo, lo intuiamo e ne avvertiamo il sapore, l’odore, le linee, i colori. Così come per Mirò, Magritte, Mondrian e tanti altri ancora.
E, dunque, poiché in questo caso l’artista insegna ai giovani studenti, sa bene che l’arte va amata, fatta propria ma, assolutamente, non copiata.
Se aggiungiamo poi quel vivere quotidiano che la maggior parte di chi ha testa e cuore avverte, fatta di stupidari televisivi e di linguaggi d’arte, di  musica e poesia quasi seppelliti, ecco che, il detto prima con quanto si vuole aggiungere adesso: che ognuno proceda poi con la propria cultura ed emozioni.
L’evidenza, per il mio cuore che guarda, è la visione dell’essere umano che Giorgio De Cesario ci indica: figure pallide, apparentemente eguali, prive di espressioni (mentre i colori fanno da sfondo/mondo) a rappresentare  la solitudine dentro e fuori l’essere umano. Come dire: l’Essere e il nulla, ma di un essere che è sempre ‘fuori’ da un’altra parte, da altro di sé.
Così come scrive ed indica perfettamente Maria Cristina Maritati, che al fianco gli vive e gli è, (sembra la medesima cosa, ma, sapete bene che non lo è). Questa necessità “dell’uomo maschera”, infelice dell’essere identificato con l’’Uomo qualunque’, quando qualunque non è, ma che tanto vorrebbe ‘qualcuno’ e spende tutta la propria vita per andare altrove, per avere altro, per essere, non accontentandosi pressoché mai. E questo in parte  sarebbe corretto per ogni essere umano nell’intento però di migliorarsi : “Fatti non foste per viver come bruti”, cosa che invece sembra il traguardo per molti aiutati dallo sciocchezzaio televisivo e dal disastro che specie il nostro paese vive anche e soprattutto a scuola, dove arte e musica la si studia (si fa per dire) solo alla media, unico paese al mondo, quello che indicano come civilizzato.
Quando si tratta di donna il ‘guasto’ che produce alla sua psiche è ancora maggiore.
Mi ricorda anche se non con precisione i versi di Jesus Lopez Pacheco (poeta spagnolo non più edito nel nostro paese) che descrive più o meno così il desiderio di essere altrove:
“…due treni fermi ad opposti binari, dai finestrini ciascuno guarda i volti di chi va in direzione contraria, non volendo andare nella propria…”
Tema ripreso per tutta la vita da Fernando Pessoa  che in poesia fa una sorte di sintesi (dal mio punto di vista) rendendo più chiare tutta la filosofia e la psicologia d’ogni essere umano che si guarda, si vede, si cerca. Senza trovarsi.
E dunque appaiono anoressici ‘mentali’, corpi smussati, squadrati in posizioni e collocazioni assurde (surrealisti), o spezzati in cubi (Picasso, Carrà) ma, tutto con una scrittura assolutamente originale e coraggiosa dove, i volti in argilla escono come mostri (lo siamo) e non come extraterrestri come l’occhio che va di fretta può indicare.
L’isola che non c’è, l’opera che in qualche modo indica il distacco dell’uomo minuscolo dinnanzi all’universo, sebbene sembri di tutt’altro genere (e nello stile lo è), non fa che confermare la solitudine (in questo caso c’è un ‘numero primo’ che è seduto sulla luna) e il bisogno, necessità-dovere di volgere lo sguardo altrove e da lì ritrovarsi.
Molto più semplice nei secoli passati quando il rapporto con la natura non era fisicamente impossibile come lo è adesso.

Beppe Costa